ROMANZI BREVI di Joseph Roth

E’ raro trovare un altro scrittore la cui opera, come quella Joseph Roth – scrittore austriaco vissuto a cavallo tra il XIX^ e il XX^ secolo – sia totalmente inchiavardata nella storia del suo tempo: i suoi scritti sono una sonata monocorde sul tasto della crisi dell’occidente, focalizzata attraverso la disgregazione del suo “piccolo mondo antico”, costituto dall’Impero austro-ungarico, la cui Weltanschauung per generazioni aveva fatto da collante a popoli di culture svariate.

Le sue opere più famose sono: La marcia di Radetzky (1932), La cripta dei cappuccini (1938) e La leggenda del santo bevitore (1939), la prima scritta anteriormente alla presa del potere di Hitler (gennaio 1933), le altre in pieno Nazismo. In queste opere, in un certo senso, si fornisce compiutezza storica a cause che risalgono alla crisi immediatamente posteriore alla prima guerra mondiale, di cui Roth dà conto in altri tre romanzi brevi: La tela del ragno (1923), Hotel Savoy (1924), La ribellione (1924), pubblicati in Italia da Adelphi insieme al posteriore Il peso falso (1937), che tratta temi diversi, col titolo Romanzi brevi. Continua a leggere

Zero K di Don DeLillo

Tutti vogliono possedere la fine del mondo.

Nietzsche, nello Zarathustra, identifica la virtù suprema nella capacità di vivere per tramontare, qualità che definisce gli Ultra Uomini come coloro che “passano dall’altra parte”, la loro peculiarità starebbe, quindi, nella capacità di scomparire – d’essere un ponte piuttosto che rappresentare o avere uno scopo – per consentire una nuova alba, nel susseguirsi dell’alternanza delle forme della storia.

Le oltre 240 pagine di Zero K – il magnifico libro di Don DeLillo – sono la dimostrazione della opinione di Nietzsche ab absurdo, cioè ipotizzando che la tesi sia falsa e mostrando che in questo caso si presenterebbero delle antinomie.

Siamo un in tempo scardinato e illuminato da una luce polverosa in una data indefinita, ma figlia della fase post capitalistica, post socialista, ma soprattutto post religiosa, in cui l’afflato verso il lato metafisico della natura umana è assorbita dalla nuova fede nella scienza, una forma di neopositivismo che impronta di sé ogni aspetto della vita e, soprattutto, della morte. Continua a leggere

NULLA D’IMPORTANTE TRANNE I SOGNI di Rosalia Messina

Tolstoj ci allerta sul fatto che tutte le famiglie felici s’assomigliano mentre ogni famiglia infelice lo è a modo suo. Rosalia Messina in Nulla d’importante tranne i sogni ci conduce nel peculiare labirinto di luce nera di una famiglia della borghesia siciliana: soprattutto, due sorelle, per motivi diversi in rotta con la vita, separate da tutto, ma più che d’ogni altra cosa dallo iato che genera solo l’ineguale distribuzione del talento, diversità che alimenta sull’una supponenza e sull’altra invidia: i fallimenti puzzano e i successi profumano, addirittura, puzzano e odorano di più quelli, di entrambe le categorie, ingiustificati.

Ro, scrittrice di successo, speleologa della psiche femminile, Nana sciatta, tendente alla pinguedine, insegnante insoddisfatta, sola contro il mondo: un figlio, Fosco, che gode del successo ed è riconosciuto dalla isomorfa zia, e una figlia, Giada, alcolista, in lotta con la vita e soprattutto con sé stessa; Ro: una specialità nel raffigurare la deflagrazione dei legami sociali, una Vita ispirata alla letteratura sulla vita.

Fin da quando aveva iniziato, giovanissima, a scrivere, si era prefissa di far intravedere, come in controluce, i meccanismi che fanno nascere odi sotterranei e dipendenze che strangolano vittime e carnefici.

Continua a leggere

I SACCHEGGIATORI di William Faulkner

E’ tornato nelle librerie, per la Nave di Teseo, l’ultimo dei romanzi scritti da William Faulkner, I saccheggiatori, l’opera è del 1962, lo stesso anno della morte dell’autore.
La storia prende avvio, nel Mississippi e più precisamente nella contea immaginaria di Yoknapatawpha, la Macondo di Faulkner, in una primavera di inizio ‘900: Lucius è un bambino bianco di undici anni, rampollo di una famiglia borghese e benestante; scopriamo subito che in virtù dell’approccio calvinista del padre e del nonno, non è stato abituato nella bambagia, è già inserito nel tritacarne del mondo e della vita famigliare.

…e io ero seduto sulla sedia contro il muro ad aspettare mezzogiorno quando come ogni sabato avrei ricevuto la mia paga settimanale … dopodiché sarei stato libero di raggiungere (era maggio) la partita di baseball che andava avanti dall’ora di colazione senza di me: sulla base del presupposto (non mio: del mio bisnonno) che persino a undici anni un uomo dovesse già avere alle spalle un anno in cui aveva pagato, e si era assunta la responsabilità, per lo spazio, il posto che occupava nell’economia…

Continua a leggere

NÉ IL FIORE NÉ IL BARATRO di Giovanni Rossi

Un modo di classificare i libri è quello che si basa o sul determinismo associato al progetto d’una solo traiettoria possibile nella lettura, anzi nella vita del lettore, oppure sull’accettazione, paradigmatica in Borges, della distribuzione di probabilità d’infinite traiettorie. Il bel libro di poesie di Giovanni Rossi – Né il fiore né il baratro (editrice ChiPiùNeArt, Roma) – appartiene inequivocabilmente al secondo tipo.

Il tessuto è spugnoso, la luce v’entra stentorea e ne percorre i tratti cedendo colore alle pareti dei tessuti, la struttura modulata con la curvatura del sogno, del resto la via dritta è dell’uomo e la piegata di Dio: all’impavido lettore come al reticente sbirciare non rimane che scegliere una tra le infinite chiavi di lettura; io ho optato, sa il cielo perché, per l’ingresso nel labirinto dalla parte della contumacia del padre (Mio padre non è un sarto), questo senza, ovviamente, nessuna supposizione che questa sia anche la traiettoria che sceglierebbe l’Autore se costretto nei panni del Lettore: Continua a leggere

IL PASSEGGERO di Cormac McCarthy

Finalmente è uscito anche in italiano (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli) Il passeggero, il nuovo romanzo di Cormac McCarthy, il primo dopo il successo planetario de La strada.

La trama, come sempre in questo autore, è assai meno importante sia dei temi che sostengono i piani narrativi, sia del linguaggio.

Il racconto è un sostanziale dittico, un ping-pong tra le vicende di Bobby e Alicia, un fratello è una sorella, figli di un fisico che ha collaborato con Oppenheimer al progetto Manhattan che portò alla bomba atomica. Bobby, fisico di buon livello ma non geniale, si ricicla in infiniti altri lavori, da pilota nelle corse di automobili fino a quello di sommozzatore; Alicia, genio della matematica, quindi del linguaggio, ma preda dei fantasmi del non linguaggio con cui è tessuta la schizofrenia di cui è preda, finisce suicida. Tra loro il totem e tabù dell’incesto: McCarthy a rapporto dal suo padre spirituale Faulkner, nel crogiolo del liquefarsi dei rapporti famigliari nel Sud degli Stati Uniti, illuminato dal riverbero della decadenza morale. Continua a leggere

MICHAEL MIO‭ ‬di Amos Oz‭

Il romanzo Michael mio segnò, nel1968, l’accesso di Amos Oz alla celebrità, nella cittadella della letteratura moderna, che mantenne per tutta l’esistenza.

L’autore racconta in prima persona la vita famigliare di una coppia di israeliti osservata dal punto di una donna: Hannah narra la sua esistenza, il suo matrimonio incastonato nel solido delle convenzioni indotte dall’appartenenza, dai riti religiosi, dal pensare comune, dal conformismo. Hannah anestetizza i propri sogni per poterseli estirpare e conformarsi a un certo ideale di donna, soprattutto smette di studiare Lettere per consentire al marito di portare a termine i suoi studi di Geologia, e poi l’arrivo del primo figlio ridimensiona ulteriormente lo spazio del possibile.

Con maestria Oz si cala dentro la sua eroina, anzi, diviene la sua eroina intenta a studiare, quasi biologicamente, i tratti caratteriali del marito, Michael, completamente assorbito dal dover essere e del tutto ignaro del volere essere suo e della moglie: un uomo a una sola dimensione, quella del rispetto delle regole storicamente fissate e del sogno di una carriera universitaria.

Continua a leggere

FERROVIE DEL MESSICO di Gian Marco Griffi

Ci sono libri che anziché limitarsi a raccontare storie dipanano il meccanismo (stocastico) che genera le vite, queste narrazioni hanno come essenza la non-finitudine: in una delle novelle de Le mille e una notte, Shahrazad racconta Le mille e una notte; nell’Amleto, una compagnia di guitti recita l’Amleto; nella seconda parte del Don Chisciotte, s’ipotizza che i personaggi abbiano letto la prima; tutte queste strutture creano racconti che contengono sé stessi e tendono a infinito: questa è l’architettura di Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi.
La vicenda è compresa fra il gennaio e il febbraio del ’44, quando tutti -ma proprio tutti, salvo Hitler- sanno che le potenze del Patto d’Acciaio hanno perso la guerra. I reietti cercano di sopravvivere agli ultimi singulti di una violenza insensata, l’élite s’inebria del tramonto wagneriano, madido di caos, d’irrazionalità, sentore dell’apocalisse.

In questa aurea di cupa decadenza, il soldato della Repubblica Sociale Cesco Magetti –come in molti personaggi di Dickens, preda di uno stigma che lo distingue: un perenne mal di denti che cerca di lenire con vino, idrolitina e infinite sigarette- ultimo anello di una catena di comando che arriva fino ai vertici del regime fascista e a quello nazista, è incaricato di disegnare la mappa delle ferrovie del Messico: “i signori della guerra” si sono convinti, nell’insensatezza del reale, che esista una città, Santa Brígida de la Ciénaga -città mitologica, non segnata in alcuna carta- in cui è nascosta l’arma della vittoria finale. Continua a leggere

LA TRAVERSATA NOTTURNA di Andrea Canobbio

Torino, storia di due giovani che valicano il dopoguerra, incontrandosi, innamorandosi, sposandosi, partorendo figli. Lui -ufficiale del Genio e futuro ingegnere- è appena tornato dalla disfatta militare in Russia; lei, ammantata di nubi, respira musica e poesia. Improbabile, eppure si sposano nel 1946. Coppia preda dell’insostenibile euforia del boom economico e poi del peso invincibile che sulle spalle calano gli anni della maturità: Andrea, uno dei figli, si prenderà la briga di raccontarci in questo libro il tessuto della sua vicenda famigliare.

Prima c’era una casa, poi c’era una fossa. Non è normale che un simile prodigio sorprenda un bambino? E tutto questo l’ha fatto tuo padre. Così forte da distruggere una casa e scavare un buco largo e profondo come la casa stessa. E infatti dopo un po’ dal buco è uscita fuori una casa nuova, come se la terra l’avesse partorita e mio padre fosse una levatrice o un rabdomante o un cane da tartufo…

Continua a leggere

NON SI FRUGA NELLA POLVERE di William Faulkner

Sud degli Stati Uniti, mitica contea di Yoknapatawpha, un po’ Macondo di Marquez, dove Faulkner ha ambientato molti dei suoi racconti: un negro “libero”, Lucas Beauchamp, si comporta da bianco” e uccide il rampollo (ovvio, bianco!) di una delle famiglie più in vista e potenti della contea. In un dialogo di infiniti silenzi e flussi di coscienza, insomma à la Faulkner, Lucas interloquisce con il protagonista del libro, il sedicenne Charles. I due si sono incontrati per la prima volta durante una battuta di caccia, quando il giovane era finito in un torrente andando poi ad asciugarsi a casa di Lucas. Nel suo immaginario d’adolescente, Lucas gli parve un nero, anzi negro – come dicono i personaggi di Faulkner – atipico, che si comportava – follia! – da bianco.

Prima dobbiamo fare di lui un negro. Deve ammettere che è un negro. Poi forse lo accetteremo come sembra voler essere accettato.

Lucas convince Charles che il morto non è stato ucciso dalla sua pistola, pertanto gli chiede di disseppellirne il cadavere per provare la sua innocenza. Charles – ricco della sua ingenuità da giovane scevro di pregiudizi – gli crede e insieme al suo amico nero Aleck Sander e all’eccentrica settantenne signorina Habersham, fruga nel fango e riesuma la verità. Continua a leggere

PATRIA di Fernando Aramburu

Secondo Marx, le circostanze fanno gli uomini non meno di quanto gli uomini facciano le circostanze. In Patria di Fernando Aramburu le circostanze creano un mondo dove i valori sono intercambiabili, i giudizi impossibili. I protagonisti sono contrabbandieri di sentimenti, outsiders.

Riguardo gli outsiders, la letteratura d’occidente è un fiume carsico, che scorre tra chi è guidato da una visione del mondo (Achille, Stavrogin, Ulrich, Castorp) e tra chi invece è prono di un habitat incomprensibile che lo sovrasta (Edipo, Samsa, Josef K, Pasenow). I primi sono spesso folli, i secondi di frequente schiavi. Secondo la scelta di narrare il mondo da un lato o dall’altro, cambia la diagnosi e la cura. Aramburu opta per la seconda possibilità, costruendo un romanzo solo apparentemente storico, solo apparentemente sulla questione basca, solo apparentemente sull’omicidio come atto morale nei confronti del “tiranno”: in realtà edificato sull’impossibile approdo umano alla conoscenza del giusto, che è forse la caratteristica del nuovo nichilismo.

La trama è costituita dalle labirintiche relazioni umane interne ai componenti di due famiglie colte dall’occhio dell’autore qualche anno prima della splendente decadenza del territorio basco, causa e conseguenza della deflagrazione dell’irredentismo. Continua a leggere

RUMORE BIANCO di Don DeLillo

Il libro presenta tre parti: nella prima l’autore mette in scena il disagio psichico di una “normale” famiglia iper-allargata, (lui, Jack; lei, Babette) con figli eredità biologica di precedenti rapporti – scorie radioattive di passati non metabolizzati – e l’imperativo del consumo per sostenere il sistema: infatti, il titolo fa riferimento, in statistica, a una serie in cui ciascun valore è imprevedibile rispetto ai precedenti, il tutto è scorrelato; tale estraniamento in cui ogni cosa, ogni concetto, galleggia come una monade senza riferimenti con il resto, è prodotto dal consumismo e dalla tecnologia, a cui finiamo tutti per cedere le armi.

Comperavo con abbandono incurante. Comperavo per bisogni immediati ed eventualità remote. Comperavo per il piacere di farlo, guardando e toccando, esaminando merce che non avevo intenzione di acquistare ma che finivo per comperare. Mandavo i commessi a frugare nei campionari di tessuti e colori, in cerca di disegni esclusivi. Cominciai a crescere in valore e autoconsiderazione. Mi espansi, scoprii aspetti nuovi di me stesso, individuai una persona della cui esistenza mi ero dimenticato.

Per tutta la prima parte, il lettore veleggia tranquillo (o almeno crede) tra una lezione di Jack su Hitler, argomento nel quale è un’autorità, e un pomeriggio di jogging di Babette, la cui tendenza alla pinguedine è motivo di attrazione sessuale per gli uomini. Continua a leggere

SPATRIATI di Mario Desiati

Un ossèquio sulle labbra, un gesto consenziente, una spazzolata alle scarpe: reputazione. Spatriati, Premio Strega 2022, ci conduce di fronte al palcoscenico della vita: esistenze di polistirolo, ipocrisia come sostituto dell’etica, perbenismo (una volta si sarebbe detto “borghese”) surrogato della morale: va di scena la disgregazione della molecola elementare della società tardo capitalista, esplode (o implode?) la famiglia.

Nelle famiglie non esistono segreti, ma solo dei patti dolorosi, a volte miserabili, a volte irrinunciabili, dei ‘non detti’.

Due adolescenti, inquieti ed errabondi, occhi al cielo e sogni colorati, vagano per la provincia di un Sud lunare e polveroso, a cercare una via di fuga, soluzione alla continuità della vita per approdare alla Vita. Si scoprono figli di due adulteri che hanno tessuto, tra la finzione della tribù, una relazione extra-coniugale. Claudia, lancia in resta, in lotta con tutto, un colpo lei uno il Mondo a chi cada per primo; Francesco, remissivo, rassegnato, inconsapevole di ciò che sta dietro allo schermo che il conformismo ha posto innanzi, non in grado di comprendere il suo confuso rifiuto della propria collocazione, come figlio, come credente, come maschio, o cosa?

Poi l’altrove: master in Bocconi per lei, il mondo della produttività che ingurgita, il volere essere soccombe al dovere essere, il desiderio di sembrare fa aggio sulla necessità d’essere, anzi d’Essere. Lui, invece, rimane tra le braccia materne dell’inedia, cullato dalla menzogna, sostenuto dalla falsità, blandito dall’usuale. Poi la deflagrazione, lo spazio aperto diviene autorealizzazione, Francesco si rifugia da Claudia che ora lavora in Germania. Continua a leggere