Il sole si era levato già da un’ora, ma era ancora troppo presto perché potesse riscaldare il cielo limpido e intirizzito della Montagna. Tra le ville del complesso “La Torre dell’Angelo”, l’umidità scesa nella notte appena trascorsa si era condensata all’alba in una rugiada spessa e fitta che ricopriva i bordi delle stradelle interne e gli eleganti giardini. Lungo le siepi ben livellate, sulle piante, su ogni fronda o filo d’erba, brillavano mille goccioline scomposte che disgregavano la luce e i suoi colori in un caleidoscopio di riflessi per poi di colpo evaporare, nel chiarore del mattino.
Soltanto sul tetto della grande auto bianca, immobile sull’uscita del vialetto comune, l’ombra degli alberi e delle case offriva un ultimo riparo alla guazza. Sotto le ruote, le foglie cadute dalle querce centenarie, impastate di acqua e di terra, formavano un malinconico tappeto.
Così, con il dispiegarsi dinanzi allo sguardo del lettore di un affresco sontuoso, prende avvio la narrazione di un delitto e di un’indagine. La storia è ambientata in una zona della Sicilia che è facilmente riconoscibile, la Sicilia ionica, con i paesaggi di mare e montagna, in cui l’autore del romanzo, Francesco Pulejo, colloca i suoi personaggi; e, proprio come in un affresco, molti sono i dettagli e le figure umane, alcune in primo piano, altre sullo sfondo. Continua a leggere














