Ricordo, in ordine sparso:
– un lucido interno polso;
– vapore che sale da un lavello umido dove qualcuno ha gettato ridendo una padella rovente;
– fiotti di sperma che girano dentro uno scarico prima di farsi inghiottire per l’intera altezza di un edificio;
– un fiume che sfida ogni legge di natura, risalendo la corrente, rovistato onda per onda dalla luce di una decina di torce elettriche;
– un altro fiume, ampio e grigio, la cui direzione di flusso è resa ingannevole da un vento teso che ne arruffa la superficie;
– una vasca da bagno piena d’acqua ormai fredda da un pezzo, dietro una porta chiusa.
L’ultima immagine non l’ho propriamente vista, ma quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni.
Più che un romanzo una trappola. La scrittura scivolosa ti invischia, sabbie mobili si nascondono dietro ogni frase con semplicità, la storia fila, ti avvolge e poi ti intrappola e poi ti divora. Difficile descrivere la trama, non perché sia complessa ma perché insidiosa.
Il racconto di una vita, di un’amore sepolto e mai dimenticato, di una memoria che tira brutti scherzi e di una auto consapevolezza, quella del protagonista, simile alla crudeltà.
Non ci sono storie che si intrecciano ma solo persone che si incontrano e si lasciano per poi ritrovarsi cambiate ma forse neanche troppo; un’amore che si crede dimenticato, superato, sbiadito dal tempo e dalla vita, un rancore mai finito che riporta a galla quello che era e che è il protagonista.
– Secondo Camus il suicidio è l’unica vera questione filosofica.
– Se si escludono l’etica, la politica, l’estetica, la natura del reale e compagnia bella –. La controbattuta di Alex non era del tutto peregrina.
– L’unica vera questione, ho detto. Quella essenziale, da cui dipendono tutte le altre.
Chiuso nella gabbia di essere ciò che è, il protagonista sembra rappresentare a tutti gli effetti quello che nel novecento veniva chiamato l’inetto. Un uomo che non vive ma che si lascia vivere con la sola pretesa di stare in pace senza disturbare per non essere disturbato; nessuno slancio, passione, colpi di testa, una vita che va con le proprie gambe calpestando una volontà che s’abbandona al maltrattamento.
Ma tutto questo è destinato a finire quando una lettera capita tra le mani del nostro protagonista: un passato ingombrante bussa alla porta della memoria, i ricordi si ribellano a una memoria falsa e manipolatrice, la verità pulsa e parla a un orecchio pronta ad ascoltarla. Da qui il romanzo prende una nuova strada, in ogni pagina c’è l’inaspettato, sobbalzi della mente, ipotesi, verità, l’amore! Scoprirsi ancora innamorati della stessa persona, scoprire che l’odio è solo amore andato a male, odiare amando e non capendo, abbandonarsi a non capire, amare ancora per non buttare una vita.
Tutto scorre e sobbalza, una strada piena di tornanti e poi la fine… non ho mai letto una fine come questa, così irreale da non poter essere che vera.
Quando si è giovani, chiunque superi i trent’anni ci sembra di mezza età, chiunque superi i cinquanta, decrepito. E il passare del tempo ci conferma che non sbagliavamo di molto. Le piccole differenze d’età, cosí significative e palesi da giovani, perdono rilevanza. Si finisce con l’appartenere alla stessa grande famiglia, quella dei non-piú-giovani. Personalmente non ci ho mai badato granché.
IL SENSO DI UNA FINE
Julian Barnes
Trad. Susanna Basso
Einaudi (Super ET)
pp. 160
euro 12Il

