Il sole si era levato già da un’ora, ma era ancora troppo presto perché potesse riscaldare il cielo limpido e intirizzito della Montagna. Tra le ville del complesso “La Torre dell’Angelo”, l’umidità scesa nella notte appena trascorsa si era condensata all’alba in una rugiada spessa e fitta che ricopriva i bordi delle stradelle interne e gli eleganti giardini. Lungo le siepi ben livellate, sulle piante, su ogni fronda o filo d’erba, brillavano mille goccioline scomposte che disgregavano la luce e i suoi colori in un caleidoscopio di riflessi per poi di colpo evaporare, nel chiarore del mattino.
Soltanto sul tetto della grande auto bianca, immobile sull’uscita del vialetto comune, l’ombra degli alberi e delle case offriva un ultimo riparo alla guazza. Sotto le ruote, le foglie cadute dalle querce centenarie, impastate di acqua e di terra, formavano un malinconico tappeto.
Così, con il dispiegarsi dinanzi allo sguardo del lettore di un affresco sontuoso, prende avvio la narrazione di un delitto e di un’indagine. La storia è ambientata in una zona della Sicilia che è facilmente riconoscibile, la Sicilia ionica, con i paesaggi di mare e montagna, in cui l’autore del romanzo, Francesco Pulejo, colloca i suoi personaggi; e, proprio come in un affresco, molti sono i dettagli e le figure umane, alcune in primo piano, altre sullo sfondo.
La ricchezza di tinte, ovvero di linguaggio, è davvero non comune. I luoghi (città, paesi, contrade) sono indicati o con l’iniziale (che non corrisponde a quella del luogo reale cui, tuttavia, subito corre la mente di chi conosce l’isola) o con nomi di fantasia (anch’essi riconducibili, sempre per chi conosce la geografia locale, ai luoghi reali).
I personaggi de I vivi e i morti (Navarra) sono tanti da occupare una premessa di alcune pagine, con indicazione dettagliata degli ambienti di appartenenza (per esempio ambiente giudiziario, polizia, carabinieri, gruppi familiari); eppure, la caratterizzazione dei singoli personaggi è talmente vivida ciascuno di loro si fissa subito nella memoria del lettore per la colorita e spesso impietosa descrizione dell’aspetto, per i tic verbali e non verbali, per il modo di esprimersi. Anche le dinamiche interpersonali sono rappresentate con grande realismo. La perfetta conoscenza, da parte dell’autore, del mondo che descrive ha in ciò il suo peso e gliene siamo grati perché, sia detto senza offesa per nessuno, in molte rappresentazioni letterarie dell’ambiente criminale, delle indagini e delle persone che per professione si occupano di scoprire gli autori dei delitti, è di casa l’inverosimile.
Un noto, stimato e ricco ginecologo e docente universitario di S. di nobili origini, Antonino Serra di San Faustino, viene trovato morto nella sua automobile, davanti al cancello della bella villa sulle pendici della montagna che sovrasta la città.
Le indagini si indirizzano subito sulla pista sentimentale, stante la turbolenta vita amorosa del ginecologo. Ma il commissario Santacroce e il maggiore dei carabinieri Trogo, con le rispettive squadre, scavano anche in altre direzioni, individuando ulteriori possibilità investigative e addentrandosi in un ginepraio nel quale non è facile orientarsi: un balletto di amanti, collaboratori e collaboratrici, personaggi oscuri, autentici delinquenti; un incrociarsi di rancori familiari, interessi economici, desideri di rivalsa sociale, esercizio brutale o sotterraneo del potere, maldicenze.
Quanto al titolo, qua e là nel romanzo vi sono passaggi che anticipano, senza rivelarlo, lo scioglimento finale di tutti i nodi; li troviamo soprattutto in alcune battute di dialogo:
Un gruppo di contadini fatica nei campi, mentre alcuni giovani in un giardino si godono la vita, la salute e la ricchezza. Tutti sono ignari del destino che li attende. I vivi e i morti. Ma l’affanno dei primi e la serenità dei secondi, a breve, subirà l’azione livellatrice della donna orrenda con la falce in mano. La morte contiene in sé una forma di giustizia sociale.
E ancora:
Sì, i vivi e i morti, il grano e il loglio, il pane dell’uomo e la zizzania che infesta le colture. Bene e male si intrecciano sempre, non solo nelle vicende degli uomini e nelle ragioni delle loro azioni, ma soprattutto nelle loro coscienze. Una delle credenze più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia un carattere definito e immutabile, che sia buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, e via discorrendo. Ma gli uomini non sono così. Qualcuno ha scritto che ogni uomo possiede in sé tutti questi caratteri, tutte queste facce; che a volte prevale la faccia buona, a volte quella cattiva, a volte quella intelligente, a volte quella ottusa. Ma non si può dire che un uomo è buono o intelligente e un altro cattivo, o stupido…
Il romanzo piacerà soprattutto ai lettori che, in una storia incentrata su un crimine, non desiderano soltanto arrivare alla scoperta del colpevole.
È un testo ponderoso che però si legge senza fatica; il ritmo è quello giusto, quello delle indagini vere, con le battute d’arresto, le piste che non portano da nessuna parte, gli errori di valutazione, i regali inattesi della fortuna, del caso. Non ci sono eroi solitari, scene improbabili, investigatori con la pistola in pugno in giro per la città come lupi in cerca di preda, mancano anche le investigatrici in tacchi alti e abiti firmati. Ci sono i controlli condotti con pazienza certosina, le intuizioni improvvise che bisogna verificare; ci sono i modi in cui ciascuno degli investigatori, con il suo peculiare bagaglio di talenti e punti deboli, contribuisce alla soluzione del caso.
In definitiva, l’intreccio ha un sapore di verità che rende la storia appassionante, in cui anche i colpi di scena sono realistici.
I VIVI E I MORTI
Francesco Pulejo
Navarra Editore
pp 433
euro 20
