L’ABBANDONATRICE di Stefano Bonazzi

L’abbandonatrice è un romanzo in cui mi sono imbattuto per caso e che si è rivelato essere molto interessante. Si apre con la notizia della morte, per suicidio, proprio di Sofia, la donna, provata da una vita difficile, che ha scelto come espediente per sopravvivere quello di abbandonare tutto e tutti (come è stata abbandonata lei da piccola), forse per paura di soffrire, o di far soffrire gli altri, o per il desiderio di ricominciare sperando che la nuova vita possa essere migliore.
A ricevere il triste annuncio è Davide, l’io narrante, che ne è stato un amico molto intimo, ha subito l’abbandono e che non sente da anni.
Al suo funerale, a Londra, conosce il figlio di lei, il sedicenne Diamante che decide di seguirlo fino a Bologna.
A Bologna Davide, omosessuale, vive con il compagno Oscar, ormai prigioniero dell’eroina.
Ai tempi dell’Università, Oscar, Davide e Sofia si erano conosciuti e, proprio in quei tempi, era nato l’amore fra i due ragazzi e l’amicizia fra Davide e Sofia.

Amavo il bianco e nero e non mi separavo mai dalla mia vecchia Olympus. Inseguivo vecchiette solitarie lungo i vicoli del ghetto ebraico e immortalavo barboni seminudi e incoscienti che vegetavano sotto la torre degli Asinelli.
Avevo trovato lavoro come cameriere in un pub del quartiere studentesco e questo mi permetteva di pagare l’affitto, le prime rate dei corsi e lo sviluppo delle pellicole.
Spesso al rientro dal lavoro ti trovavo ancora chino sui tasti del pianoforte.
Era un vecchio Yamaha verticale. Non ti ho mai chiesto notizie sulla sua provenienza, eppure è stata la prima cosa che ho notato il giorno in cui ho messo piede nell’appartamento.
L’avevate sistemato sotto la finestra del salotto, dalla parte di via Mascarella. aveva alcuni tasti muti e il pedale a volte non rispondeva alla spinta, ma il suono era ancora potente e suggestivo.
Tu suonavi sempre con rabbia. Non c’era stile né armonia nelle tue note, soltanto ritmo e impulsività. Ti piaceva sperimentare, e a volte durante un pezzo inserivi bacchette o posate tra le corde per modificarne il suono. Per te un solo strumento non era sufficiente, la tua ambizione andava sedata con qualche trovata folle.

La vicenda tratta dei temi molto duri – la droga, la dipendenza, l’abbandono, la rabbia – e lo stile che ne parla è uno stile tagliente, secco, ruvido che spinge il lettore nel cuore scabroso delle situazioni.
I personaggi sono delineati a tutto tondo e, con il procedere della narrazione, il lettore scopre, a poco a poco, le loro fragilità, i loro segreti e le loro passioni (la musica, la pirografia, la fotografia).

Dopo quella notte sotto la tangenziale, iniziammo a vederci più spesso.
Era sempre Sofia a farsi viva. Appariva sulla porta di casa, appoggiata allo stipite, e quando andavo ad aprire trovavo il suo viso nascosto dai capelli scuri e sottili, come uno spettro di quei film giapponesi. Quelli con le trame tutte uguali e i colpi di scena proprio dove te li aspetti. E lei era lì, proprio come mi aspettavo.
Piaceva a entrambi prevedere quello che sarebbe successo, la routine di quei film, di quelle nottate trascorse insieme, uno accanto all’altra. Momenti pacati, senza colpi di scena, senza nuove cicatrici da suturare. Ci sentivano protetti dalle notti bolognesi come se fossimo immersi in una placenta, protetti in quella casa dalle finestre sempre spalancate, invasa dalle zanzare e con i muri scrostati, con le note di Oscar in sottofondo, che riempivano con discrezione i nostri silenzi.

Ed è proprio Davide, che, all’inizio della vicenda, appare come il più fragile dei tre, a dimostrare di essere una persona forte, forgiata dalle avversità, capace di riprendere in mano la propria vita e di salvarsi, in qualche modo.

«Penso che non ci sia nulla di particolarmente eroico nello scattare una foto. I fotografi non sono eroi. Ti metti seduto e aspetti lo scatto, oppure lo rincorri… è solo una questione di tempo e di estetica. Credo che ci voglia più coraggio a guardare la foto, guardarla sul serio, intendo. Specchiarvisi dentro, donarsi completamente è più difficile che scattarla».

Una lettura da consigliare, senza dubbio.

L’abbandonatrice
Stefano Bonazzi
Fernandel
2017
Pagine 150

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