PANE E FERRO di Massimiliano Santarossa

Preludio     
Incontro Max alla stazione dei treni di Mestre. Oggi presenteremo il suo nuovo romanzo e io sono un po’ emozionata. Mi sorride con il suo immancabile cappellino in testa e mi porta a bere un bicchiere di vino. Le premesse per una presentazione di successo ci sono tutte.

Svolgimento  
Davanti a un pubblico accorso numeroso, dopo quattro anni, torna Massimiliano Santarossa, tra gli scrittori più estremi del Nordest per i temi letterari e per come li tratta. È l’ennesima data di una tournée che lo impegna da mesi, e che stasera lo accompagna qui alla Feltrinelli di Mestre per raccontarci questo romanzo famigliare di quasi quattrocento pagine, sul nostro Novecento, “Pane e Ferro”.
Ho presentato Santarossa più volte, ci conosciamo da anni e l’amicizia e la spontaneità che ci lega mi permettono di affrontare da subito un tema delicato: aveva dichiarato di smettere con la scrittura, invece siamo a presentare questo libro che sin dalla sua uscita ha trovato d’accordo critica e pubblico con una accoglienza
molto calorosa.

Intervista  
1. Dopo “Padania” avevi dichiarato pubblicamente che avresti smesso di scrivere, invece a distanza di tre anni eccoci qui con “Pane e Ferro”. Perché smettere e perché, invece, hai ripreso a scrivere?
“Padania”, uscito qualche anno fa, era il punto di arrivo di una narrazione e il punto di rottura di una visione. Arrivo di otto romanzi e vent’anni di scrittura centrati sul Nordest iperproduttivo e sulle anime sacrificate a tale iperproduzione, le periferie degradate, il lavoro seriale, la povertà nascosta dal potere politico e mediatico, eppure così visibile, così presente nella quotidianità. Avevo scritto tutto ciò che conoscevo, che avevo visto e studiato e a volte anche toccato con mano. Ero giunto al fondo della mia scrittura, occorreva smetterla. E così è stato per del tempo. Ho ripreso a scrivere solo dopo aver affrontato una “rottura di visione”, sulla società, sulle persone. Ho abbandonato l’attualità per andare a cercare il “punto di partenza del Nordest” e ripercorrere la strada che ci ha condotto fino a qui, che ci ha portato a essere ciò che siamo in questo angolo d’Italia. Era necessario passare per il Novecento, in un progetto letterario sfiancante, per le mie forze: tenere in un testo unico oltre cento anni di storia, narrati in forma di “controstoria”, non il secolo dei re e dei generali e degli industriali e dei politici e dei banchieri che lo hanno ideato, prodotto e governato fin dentro la tragedia dei conflitti mondiali e nella fatica dello sviluppo economico e industriale, bensì il Novecento delle famiglie, di coloro che lo hanno subito, nostro, di popolo.

2. Questo romanzo è molto diverso dai tuoi precedenti, potrei dire che è un romanzo più maturo, e poi è il tuo primo romanzo “storico”. Perché hai scelto questo genere letterario?
Non l’ho scelto. Non so costruire nulla, se è premeditato, non è che mi metto lì e scelgo una trama, dei protagonisti, penso allo sviluppo, i caratteri etc. Con me non funziona così. Avevo l’urgenza, abbastanza malsana considerando la fatica che mi avrebbe comportato, di sviscerare le origini del Veneto e del Friuli attuali, che poi in sostanza parliamo dell’Occidente attuale, essendo ovunque finito allo stesso modo. Cioè le condizioni – spesso assurde – dell’essere umano d’oggi, “qui da noi”. E non potevo che partire dal principio del Secolo breve e arrivare ai giorni nostri. Era un’idea, e per la sua ampiezza temporale si dimostrava fin in origine un’idea folle. Ma a me la follia artistica attrae, e quando credo non sia fattibile, allora ci provo. Posso ben dire che è “Pane e Ferro” ad aver scelto me, il Novecento ad avermi chiamato e accolto. Ho, con un buon grado di attenzione, camminano in esso, fin nelle viscere.

3. Ci spieghi il perché del titolo “Pane e Ferro”?
È per assurdo nato prima il titolo del romanzo. “Pane”: i primi decenni del secolo scorso, la terra, il cibo che ne viene, diciamo dall’anno zero al 1955. “Ferro”: i secondi decenni del secolo scorso, le fabbriche, le industrie, il ferro che ne esce, lavatrici, sedie, frigoriferi, auto, etc. Quindi dal 1955 al 2008, quando la crisi economica stravolge il Veneto, il Friuli, in verità l’Occidente tutto; un ultimo scorcio tratteggiato in Appendice al volume.

4. Il romanzo ha una struttura particolare, c’è la storia famigliare e la Storia (dell’Italia). Il corpo principale è il corpo letterario mentre il fuori testo spiega cosa succede attorno alla famiglia. Ci parli della struttura del romanzo?
Per percepire come “vivi e veri” i personaggi d’un romanzo, vanno necessariamente inseriti in un contesto geografico, politico, sociale, famigliare, anche storico se necessario, altrimenti restano spiantati e il lettore li sente distanti, irreali. Per rendere “Pane e Ferro” fisico, palpabile, quasi un amico, o almeno un compagno di viaggio fidato, quindi portarlo a un grado di famigliarità alto, ho preso i suoi molteplici protagonisti, tutta gente del popolo, e li ho posizionati in primo piano rispetto ai grandi avvenimenti della Storia. In un gioco letterario di sfumature, di alti e bassi: i poveri in primo piano, i grandi avvenimenti in secondo, gli umili davanti, i potenti dietro. Luci messe in ombra, l’ombra portata alla luce.

5. Il protagonista principale è Enea, la sua famiglia, la sua vita. Ma è circondato da molti co-protagonisti.
Il romanzo da alcuni critici letterari è stato definito “polifonico”, un’orchestra di voci, credo sia abbastanza esatta come definizione. Donne, uomini, bambini, anziani, ma anche animali e la natura che tutto sovrasta, creano una voce, che Enea raccoglie, ne viene permeato e ce la restituisce nel suo cammino di vita. Nelle rare certezze che avevo al principio del lavoro, c’era quella di tenere dentro questa intera comunità, in fondo quella di tutti noi. Enea non fa altro che condurci nel Novecento, mostrandoci le tragedie e gli apici, le brutture e le scoperte del secolo, si fa uomo che cammina nella storia.

6. Il romanzo è immediato, arriva diretto al lettore. Anche la scelta delle note a piè di pagina è precisa. Pare variato il tuo stile.
Porta una struttura in movimento, come fosse un corpo con i suoi arti, la parte letteraria principale, la parte saggistica nelle note, la parte filosofica nelle diciotto digressioni che chiudono i capitoli e ne sono scollegate e unite assieme. E infine l’appendice vasta sul tempo attuale. “Pane e Ferro” è anche uno strumento, se vogliamo. Oltre che un testo letterario. Lo stile invece è figlio di ricerca e circa venti riscritture, nel tentativo di portare nelle pagine un preciso “argot”, un netto gergo popolare, novecentesco, veneto e friulano, utile a dare spalle e schiena a Paesenovo, il posto dove tutto si svolge, luogo d’invenzione, tuttavia riconoscibile da chiunque vive e cammina in questa parte d’Italia.

7. Due momenti importanti del romanzo sono l’arrivo del boom economico e la migrazione dalla campagna all’industria.
Il boom economico ha trasformato l’Italia, nelle sue geografie ma soprattutto nelle anime, una trasformazione antropologica che ha spazzato via, in un decennio, duemila anni di storia; la migrazione dalla campagna all’industria invece è stata quasi solo nostra, veneto e friulana. Due regioni dove l’industria non esisteva e in pochissimi anni ha occupato tutti gli spazi, geografici e sociali, economici e di prospettiva. Il progresso umano sacrificato sull’altare dello sviluppo industriale. Dai campi alle fabbriche, dalle case coloniche ai palazzi popolari, in un tempo brevissimo. Una migrazione di popolo che ha portato intere generazioni a fare i metalmezzadri, donne e uomini di notte negli stabilimenti e di giorno nei campi, con le schiene piegate sulla terra e i corpi perduti nel ferro.

8. Hai approfondito vari temi nel memoriale di Enea. Mi ha colpito la parte sulle Banche, ne avevi parlato anche durante la presentazione a Pordenonelegge.
Le banche, nella storia, si sa, hanno un percorso lungo e complesso; Venezia le ha pensate e strutturate alla metà del Settecento, nella forma simile che conosciamo ancora oggi: speculativa; occorrevano a ripianare i debiti dei Doge e sostenere gli obiettivi di conquista navali, prestando denaro a tassi di usura e privatizzando palazzi e beni pubblici; di seguito si sono sviluppate, nei secoli, sempre più verso quel che conosciamo: la mano finanziaria della politica fino agli anni Settanta del Novecento e in seguito, dagli anni Ottanta, grazie anche all’accettazione dei partiti di centrosinistra, come finanza bancaria padrona diretta della politica stessa. Credo sia il capitolo tra i più complessi e interessanti di “Pane e Ferro”, lo sviluppo bancario, anche nel suo punto di arrivo che è fideistico, un nuovo Dio. Quando dichiariamo “il danaro è il Dio dei tempi moderni”, cosa stiamo dicendo con precisione? Qui, la quarta parte di “Pane e Ferro”, credo consegni un ritratto onesto di tutto ciò.

9. Ci sono stati autori che ti hanno influenzato nella scrittura di questo libro? E in generale, a quali sono i tuoi autori di riferimento come scrittore ma anche come lettore?
Diversi, e li ho citati nelle aperture dei molti capitoli, quasi fossero una guida alla stessa comprensione di “Pane e Ferro”; ecco il romanzo che diventa anche saggio e percorso filosofico, non unicamente letterario. Tra essi, in primo piano, metto Louis-Ferdinand Céline per la ricerca d’un “argot” attinente alla narrazione, John Steinbeck per la visione complessiva del rapporto deleterio tra popolo e potere, e Tito Maniacco per come riscrivere la storia in forma di “controstoria”, attraverso gli occhi degli ultimi, di chi la subisce la storia: il popolo.

10. Ultima mia curiosità: stai scrivendo già un’altra storia?
No. Avrò bisogno di abbastanza tempo per superare la fatica occorsa a ideare, scrivere, tenere assieme in questi anni, “Pane e Ferro”.

PANE E FERRO
Massimiliano Santarossa
Edizioni Biblioteca dell’Immagine
Anno uscita 2019
Euro 15,00

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