SIGNORI BAMBINI di Daniel Pennac

signori-bambini-pennac-feltrinelliJoseph e Igor: “venticinque anni in due”, amici da sempre; Nourdine, mezzo arabo di seconda generazione che fa di tutto per integrarsi, perfino attribuirsi colpe che non ha. Compagni di scuola e compagni di sventura: la sventura di essere alunni del professor Albert Craistang.

Quanti anni poteva avere quel prof inossidabile che trasformava da sempre i suoi allievi in statue di sale? Non lo vedevi entrare in classe. Lo aspettavi, non era ancora lì. Alzavi la testa e non vedevi altri che lui: lo stesso completo da sempre, la stessa macchia viola sotto il fermaglio della penna, lo stesso cerotto sulla stanghetta destra degli occhiali… e così pallido che vedevi di lui solo i lineamenti: il profilo di una caricatura.

Durante la lezione, i tre ragazzi si passano sotto banco un disegno satirico in cui il professore viene inseguito da una folla che marcia dietro a uno striscione con su scritto: “Craistang farabutto pagherai caro, pagherai tutto.” La punizione arriva inesorabile: per l’indomani i tre studenti dovranno svolgere un tema immaginando di trasformarsi in adulti, mentre i loro genitori sono diventati bambini. “E niente soluzioni di comodo.”

Pennac ci accompagna per mano in ciascuna delle tre realtà familiari in cui i ragazzi si trovano a vivere una volta rientrati da scuola, con quel compito da svolgere che pesa sul loro pomeriggio come un macigno.
Joseph Pritsky, dopo aver provato a consultare un archivio contenente tutti gli album di famiglia con la speranza di farsi venire un’idea per quel tema, si ritrova chiuso nella sua camera, la sera, davanti al foglio ancora intonso e “si dispera di essere la disperazione dei suoi genitori”. Quanto al convincere il padre ad andare al colloquio con Craistang, come il professore aveva chiesto, nulla da fare:

Morti di paura e di vergogna, i papà, davanti ad Albert. Come potrei spiegartelo? Aspetta… immagina un po’, Ecco, immagina un’addizione: papà + moglie + figli + focolare domestico + ricordi d’infanzia = il pieno della felicità sindacale. Immagina questa addizione convocata da una sottrazione; Albert: né moglie, né famiglia, né focolare domestico, né ricordi d’infanzia, niente. Ma niente di niente. Niente da farti girare la testa.

Igor Laforgue è in cucina a pelare patate con la madre, che fa la consulente coniugale per periodici femminili e cerca in ogni uomo che incontra il marito defunto. Igor, dall’alto dei suoi dodici anni, cerca di spiegarle che papà, certo, era perfetto, ma aveva il grosso difetto di essere mortale.

È proprio questa, mamma la cazzata. Tu cerchi uno che sia il gemello di papà. E siccome non lo trovi, prendi chi ti capita, ti becchi il contrario e ti fa un male tremendo…

No no, il problema non è sapere se sia “giusto” permettere che un ragazzino di dodici anni e qualcosa giudichi la sessualità della propria madre, né se sia “realistico” che lo stesso sbarbato faccia un’incursione nella riserva di caccia della psicologia adulta. Sono ormai diciassette mesi che in questa famiglia siamo al di là della disperazione, quindi non scassateci le palle con ciò che è “giusto” e lasciate che sia la realtà a giudicare il “realismo”.

E infine Nourdine Kader:

che fa il cretino e se ne sta lì a rosicchiare la Bic sopra la brutta copia […] E l’unica cosa che trova da dire se diventasse grande durante la notte e papà ridiventasse piccolo (sei o sette anni) è che lui, Nourdine, prenderebbe in prestito i Roller di Mouloud o il vecchio paio di pattini di Bertrand (il figlio dei vicini, meglio non parlarne) e andrebbe a “far casino sulla pista” con gli amici.

Nourdine vive con il padre, un ex tassista che dopo aver abbandonato il lavoro si è rinchiuso nel silenzio del s
uo garage a dipingere, e la sorella, che si fa chiamare Hellene al posto di Rachida, per occultare le proprie origini arabe.

E se quel tema diventasse presto reale? Se Joseph, Igor e Nourdine si risvegliassero l’indomani trasformati davvero in adulti senza mai essere cresciuti?
La voce narrante a cui Pennac decide di affidare il racconto è quella del padre di Igor, morto di AIDS per u
na trasfusione in seguito a una banale operazione alle tonsille. “Lo so, lo so, il fantasma dà sui nervi, e quelli che credono ai fantasmi danno ancora più sui nervi, e quelli che diffondono una simile credenza meritano di finire come segnalibri fatti seccare in un manuale di magia…”, ma la scelta di questo particolare pdaniel-pennacunto di vista finisce per conferire al racconto un tono incantato, una prospettiva intenerita; non viene da domandarsi se sia una soluzione di comodo. È come se Pennac stesso, scrivendo, fosse fedele al motto che mette in bocca al professor Craistang nel romanzo: “immaginazione non significa menzogna”. L’autore riesce a mantenersi sempre sul filo sottile che corre tra l’irrealtà e la metafora della realtà; in tutte e tre le famiglie, infatti, sorge fin dalle prime pagine il dubbio che l’elemento magico sia un semplice escamotage letterario atto a narrare qualcosa di assolutamente verosimile: non è forse un po’ vero, in fondo, che “la maggior parte dei bambini fanno i bambini, e quasi tutti gli adulti giocano agli adulti?”

“Ero così poco incline a credere che ai miei occhi anche la psicoanalisi rientrava nello spiritismo. Non ho mai creduto agli spiriti, né al mio. Nessun inconscio, questo il mio motto. Responsabile, punto e basta. La somma dei propri atti, e arrangiarsi. Ero così poco superstizioso che sono andato a sbattere contro un numero incalcolabile di scale che mi sbarravano il marciapiede: non riuscivo né a girarci intorno né a passarci sotto. Ho sempre preferito scontrarmi con la realtà”.

“È curioso, il dolore. Il dolore più autentico si diffonde da se stesso elaborando frasi. Forse è proprio questa la necessità letteraria… questo bisogno vitale di scrivere su… altrimenti non resterebbe che morire insieme ai morti”.

“Sono in molti in queste condizioni: amputati della loro infanzia, spinti prematuramente alla corsa delle ambizioni, programmati sin dall’ovulo, operativi da subito, professionali dalla culla, li troviamo a capo dei Governi, delle Gigantesche Imprese, dei Laboratori Monumentali, delle Banche Mondiali di questo, dei Fondi Monetari di quello, Amministratori di Astrazioni, Grandi Faccendieri di Risorse Umane, “per nulla emotivi” che se ne vantano! […] Carne fredda calibrata in provetta, splendidi animali sociali, niente storia ma un destino! Incapaci nei temi, ma abilissimi nei test! Hanno persino immaginato delle scuole, per loro! Li conosco bene, ho passato la vita a disegnarli! Ho cominciato con Crastaing e non ho mai smesso. Sono facili da schizzare, sono soltanto l’apparenza di loro stessi, hanno il profilo delle loro ambizioni, i modi dei loro ruoli, sono la manna per noi caricaturisti, questi uomini e queste donne che non sanno altro che quello che vogliono! Figure senza volto! I più abili hanno facce ipocrite e la vera goduria del mestiere è disegnare i loro pensieri reconditi, ma mai e poi mai i loro lineamenti sono offuscati dall’intrusione dei sentimenti”.

 

SIGNORI BAMBINI

Daniel Pennac

Traduzione di Yasmina Melaouah

Feltrinelli

pp. 192

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