SEMBRAVA UNA FELICITÀ di Jenny Offill

sembrava-una-felicità-jenny-offill-NNERaccontare una storia d’amore, un matrimonio, una vita e le sue difficoltà, una storia come tante. Ecco, Jenny Offill con Sembrava una felicità fa questo. In modo magistrale.

È un romanzo caratterizzato da una narrazione meticcia, fatta di una prosa diaristico-poetica sprigionata dai pensieri della protagonista che ci fa attraversare la sua esistenza balbettando parole sue che si mischiano a citazioni aperte e nascoste, mimetizzate in questa narrazione anomala e in apparenza disarticolata.

La protagonista è una donna ambiziosa che vuole diventare una scrittrice bravissima, e infatti: “il giorno in cui ho compiuto ventinove anni ho consegnato il mio primo libro. Se non mi sono ingannato…. Ma poi le cose accadono, e stravolgono i piani, anche i meglio congegnati.

Il mio piano era di non sposarmi mai. No, io volevo diventare un mostro d’arte. Le donne non diventano mai mostri d’arte, perché i veri mostri d’arte si preoccupano solo d’arte e mai di cose terrene. Nabokov non si chiudeva nemmeno l’ombrello, era Vera che gli leccava i francobolli.

Incontra un uomo e si sposa e ha una figlia e finisce per tenere corsi di scrittura.

Alcune donne lo fanno sembrare così facile, quel modo di scrollarsi l’ambizione di dosso come se fosse un cappotto costoso che non va più bene

Con mezzi modesti e esilissimi, Jenny Offill riesce nella difficile gestione della narrazione ottenendo risultati mirabili. Efficace l’idea di accompagnare l’evoluzione della storia nominando i personaggi in modi via via differenti, passando dai pronomi personali per un progressivo distanziamento fino a farci vedere la vicenda come dall’esterno, quasi che la voce narrante fosse un’altra, ed è così, perché la protagonista diventa in modo inevitabile altro da ciò che è stata e da ciò che avrebbe voluto essere.

È una scrittura fatta di salti, pezzi di varia lunghezza giustapposti uno dopo l’altro, è un libro frammentario già dal suo aspetto grafico, la pagina è spezzettata in brevi paragrafi separati tra loro da spazi bianchi, una navigazione a salti nella scrittura (e nel pensiero), quasi a rendere plastico questo fluire permanentemente interrotto. Non sempre si capisce bene dove ci sta portando, io non lo capivo, ma non ha importanza, appena si mette il naso nel libro non se ne esce se non alla fine. E da lì si ricomincia. È un libro che ha avuto l’effetto di entrarmi in testa e continuare a lavorare a lungo, a pezzetti.

È un racconto intimo, delicato e potente, briciole di una esistenza lacerata come tutte le esistenze.

Una volontà di essere che si sgretola al confronto con l’amore fatto di gesti quotidiani e semplici sgambetti della ripetizione coniugale.

Al centro del libro c’è l’essere umani, il fatto apparentemente inevitabile di venire feriti e ferire, in ogni caso, che lo si voglia o meno. C’è la vita nella sua inevitabile complessità che sfocia nella complicazione.

In coda al libro, oltre a una lunga pagina di RINGRAZIAMENTI della Offill, vale la pena segnalare una agile e utile NOTA DEL TRADUTTORE. Pensieri, parole opere e omissioni (e quanto si può lasciare di non detto) a firma di Francesca Novajra.

Per anni ho tenuto un post-it sopra la mia scrivania: ‘Pensa al lavoro non all’amore!’. Sembrava una felicità più consistente

Pensi che l’angoscia sia una condizione permanente, ma per la grande maggioranza delle persone è solo uno stato temporaneo.

(E se io fossi speciale? Se facessi parte di quella minoranza?)

Come diceva Rilke: Voglio stare con chi conosce cose segrete, oppure da solo

SEMBRAVA UNA FELICITÀ
Jenny Offill
Traduzione di Francesca Novajra
NN Editore
pp. 168
Euro 16

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