SAINT-JUST. LA VERTIGINE DELLA RIVOLUZIONE di Stenio Solinas

L’orecchino. Nei due Saint-Just esposti al Musée Carnevalet, orna rispettivamente il lobo sinistro e quello destro, un dandismo più da pirata che da rivoluzionario, ma più da rivoluzionario che da aristocratico.

Riyoko Ikeda è una delle più conosciute autrici di manga giapponesi e nel suo Versailles No Bara (Le rose di Versailles – ed. J-Pop 2020), pubblicato tra il 1972 e il 1973, si incontra il personaggio di Saint-Just. Nel fumetto è un giovane efebico con occhi neri e luminosi, di forma allungata, ciglia ricurve e capelli corvini, indossa camicie ampie, aperte sul petto, e la famosa cravatta. In Saint-Just, la vertigine della rivoluzione, ed. Neri Pozza – collana Il Cammello Battriano, Stenio Solinas ce lo presenta, dopo un accurato studio della ritrattistica e della storiografia, come un giovane con  un bel volto dai tratti tipicamente maschili, per niente effeminato, per nulla incerto” e con “una taglia media, un corpo sano” esaltati da un’eleganza ricercata: sono unici la lunga cravatta che gli copre il collo e l’orecchino, caratteristiche che lo rendono riconoscibile ai contemporanei e ai posteri. Tuttavia, il mito di Saint-Just nasce soprattutto dal confronto con le altre figure rappresentative della rivoluzione francese dalle quali si discosta non solo fisicamente ma anche per un’eloquenza efficace e tagliente e per una condotta sobria.

I suoi inizi sono banali e scoraggianti, la perdita del padre, l’isolamento nella provincia francese, il senso di solitudine e incertezza economica sommati ad un’intensa pena amorosa, una prima fuga a Parigi con l’argenteria della madre conclusasi con l’arresto, il ritorno a casa, gli studi di diritto e l’avvilente praticantato in uno studio legale, ma non fanno altro che esaltare l’inquietudine e la voglia di evasione del giovane. L’esordio da libertino di Saint-just si concretizza nella composizione del poema erotico-satirico, Organt (perfino una delle protagoniste del manga sopracitato è imbarazzata nell’incontrarlo) ma anche di un’opera teatrale, l’Arlequin-Diogène, e di una riflessione incompiuta sulla natura umana, De la nature. L’ambizione  letteraria e soprattutto la necessità di rivendicare sé stesso, lo spingeranno a mettere sotto sopra il proprio mondo per ricostruirlo nella cupa Parigi. Quando vi arriva, la città è in pieno fermento politico, il luogo ideale dove affermare quelle doti intellettuali e morali che sente di avere.

Come tutti quelli che non si accontentano di ciò che sono, lavora incessantemente per essere quel qualcosa d’altro che si è scelti per modello, un lavorio fatto di illusioni e delusioni, di speranze spesso frustrate e subito di nuovo alimentate. Si indossano maschere che alla fine corrispondono meglio alla nostra natura perché illuminano meglio ciò che vorremmo essere, ciò che potremmo essere se le circostanze, la vita, il caso non congiurassero contro, tarpandoci le ali del sogno. Nel voler esser c’è un’idea di grandezza che il lasciarsi vivere non contempla. Nel caso di Saint-Just questa idea di grandezza è tutt’uno con la causa di cui si fa garante […]

A questo punto, sembra ancora impossibile immaginare il ventenne di Blérancourt come “lo Sposo infernale della rivoluzione”, “l’Arcangelo della morte” e “la Spada vivente” ma le pagine di Solinas ci accompagnano nella metamorfosi di Saint-Just verso la consapevolezza che “la strada per la gloria e l’immortalità non passa più per la letteratura” ma per la politica. A venticinque anni, diventerà il più giovane deputato della nuova Convenzione la quale, il 21 settembre 1792, decreterà l’abolizione della monarchia in Francia e l’inizio dell’anno I della Repubblica Francese. Non solo, sarà il primo a chiedere la morte senza processo di Luigi XVI perché “Non si può regnare innocentemente”.

Solinas sembra un genitore indulgente con il proprio cattivo ragazzo del quale scrive una raffinata ed approfondita analisi ma nel tentativo di seguire il filo dei suoi pensieri la lettura mi è apparsa macchinosa, lenta. Data per scontata una dettagliata conoscenza del contesto storico, il libro è una lunga riflessione sull’uomo Saint-Just, ricca di citazioni, testimonianze, aneddoti. Ammetto che solo alla fine, nell’ultimo capitolo, sono riuscita a capire meglio la sua figura e ad apprezzare le parti di lui che lo meritano.

[…] non c’è il potere, non c’è la ricchezza, non c’è nemmeno la gloria, ma un’ansia di libertà e di assoluto: «Io disprezzo la polvere di cui sono composto e che vi parla: si potrà perseguitarla e farla morire questa polvere! Ma io sfido chiunque a strapparmi la mia indipendenza di vita che io mi sono data nei secoli e nei cieli».

Tuttavia, non condivido la spontanea simpatia dell’autore per Saint-Just, per la sua intransigenza e per la brutalità naturalmente legate alla giovinezza, per quell’esaltazione rivoluzionaria che ne ha condizionato il pensiero, le azioni, il terrorismo. Alla fine, di fronte all’evidente sconfitta dello spirito della rivoluzione, alla constatazione che la sua idea di popolo, di virtù e di felicità non potranno mai concretizzarsi in una “nuova costituzione in Francia” perché le scelte dell’uomo sono motivate da individualismo ed immoralità, preferisce il silenzio della parola e la morte sulla ghigliottina a soli ventisette anni.

Nonostante trovi poco scorrevole la scrittura di Solinas, penso abbia raccontato il rivoluzionario Saint-Just in modo appassionato e sulla base di un attento studio come dimostra l’ampio lavoro bibliografico riportato alla fine del volume.

Oggi, questo giovane così eccezionale ed affascinante potrebbe entrare a far parte del “club ventisette” insieme a  nomi come Jim Morrison, Amy Winehouse, Kurt Cobain, Janice Joplin, Jimi Hendrix, tutti scomparsi prematuramente, tutti indimenticabili.

“Doname, o dolce padre, eterna vita.”
Alessandro Caravia

 


SAINT-JUST. LA VERTIGINE DELLA RIVOLUZIONE
Stenio Solinas
Neri Pozza
pagg. 176
18 euro

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