Penna a penna. Intervista con l’autore: Piergiorgio Pulixi

PiergiorgioPulixiQuando ha cominciato a scrivere? Era sicuro di voler diventare uno scrittore?
Quando ho iniziato confondevo l’essere uno scrittore con quel bisogno istintivo e insopprimibile che è il raccontare storie. Sono due cose diverse. Scrivere libri e romanzi con lo scopo della pubblicazione significa diventar parte di un processo commerciale perché quei libri poi andranno venduti. Per fare questo devi essere disposto a scendere a patti con ciò che scrivi, come lo scrivi, e per chi lo scrivi. E non do a questo un’accezione negativa. Quel bisogno incolmabile di essere un tramite per le storie che ti nascono dentro è solitamente poco propenso al compromesso e allo scendere a patti. Il vero scrittore invece riesce a mediare con quell’impulso e cerca di addomesticare quella necessità per far sì che le sue storie possano essere migliori e più consone al maggior pubblico possibile. Riesce a comprendere che se davvero vuole raccontare quelle storie, deve fare in modo di renderle universali, aprendosi a un pubblico più vasto di quello dei lettori immaginari della sua mente. Per questo la figura degli editor è così importante: se gli autori a volte sono dei palloncini che si librano in volo e raggiungono altezze pericolose dove la pressione è così alta che potrebbe farli scoppiare, gli editor sono le funicelle e le mani a cui quei palloncini sono legati e che tirandoli, li riportano ad altezze più sicure.  Quando ho iniziato questo non lo capivo. Idealizzavo troppo i lettori e non avevo nemmeno contezza di chi fossero gli editor. Quando poi ho avuto a che fare con lettori, editor e librai “reali”, ho capito che stavo sbagliando, e ho iniziato a scrivere in modo diverso, con più consapevolezza.

Che cosa scriveva all’inizio? È stato incoraggiato da qualcuno e se sì, da chi?
All’inizio scrivevo cose poco interessanti, che in quel momento potevano interessare solo me. Ero fortemente influenzato da ciò che leggevo e non capivo che in realtà stavo solo rielaborando storie altrui, storie che mi sarebbe piaciuto aver scritto, storie slegate da me e dalle mie esperienze. Col tempo ho scoperto che è un qualcosa di molto comune in chi si avvicina alla scrittura. È dura tagliare il cordone ombelicale con i libri e gli autori su cui ti sei formato che in qualche modo rappresentano un porto sicuro, un territorio conosciuto e ben delimitato in cui riesci a muoverti con disinvoltura. Ma quel territorio non è tuo. È stato tracciato da qualcun altro. La rivoluzione copernicana è scoprire che ognuno di noi ha qualcosa che lo rende diverso da tutti gli altri. Che sia lo stile, la voce, il modo di srotolare la trama, la carnalità della scrittura, la musicalità, qualsiasi cosa sia è su quello che ci si deve concentrare. La singolarità della propria voce e l’originalità. Le letture, i maestri, e alcuni testi che sono dei “mostri sacri” della nostra formazione, lo sono diventati grazie a quella singolarità. Una volta che si scopre questo, allora si inizia a scrivere per davvero. Ma come tutte le cose a noi sconosciute, è sempre difficile abbandonare un territorio sicuro e conosciuto per qualcosa di misterioso. Però è un passo necessario. È una dei primi insegnamenti di quello che è stato ed è per me un maestro, Massimo Carlotto.

Come si fa a sviluppare una buona tecnica della scrittura? Ci sono trucchi che si possono usare per migliorare?
L’unico modo per migliorare è leggere tanto e scrivere tanto. Studio e pratica. Non ci sono scorciatoie. Leggere con occhio critico, con un occhio di riguardo alla meccanica delle storie e alla tessitura della scrittura, ti arricchisce. Ti insegna come scrivere, ma soprattutto come “non” scrivere. La pratica, rende il processo più fluido. Scioglie i muscoli della scrittura. Allo stesso tempo essere continuamente immerso nel processo creativo è utilissimo a livello di autostima. Scatena e accende dentro di te tutte quelle endorfine che ti fanno continuare a scrivere. Perché scrivere è comunque un lavoro, uno sforzo, un dedicarsi completamente a un qualcosa che in quel momento riesci a vedere solo tu nella tua testa. È una visione, una voce che solo tu riesci a sentire. Questo può essere causa di sconforto, abbandono del progetto, e disillusione. La cura è resistere e continuare a scrivere. Cercare le parole migliori e più belle, che ti aiutino a ritrovare quel senso della scoperta, quel chiarore abbagliante che di colpo si accende spazzando via le tenebre del dubbio, è la magia della scrittura. E così come nello sport per raggiungere i risultati aspettati bisogna avere un fisico sempre allenato e robusto, così la mente per lo scrittore dev’essere sempre affilata e scattante. È l’unico modo per tenerla in allenamento è leggere tanto e scrivere tanto.

C’è una cosa che ha scritto tanto tempo fa e che le piace quanto ciò che scrive adesso?
Alcuni racconti, perché nonostante fossero ingenui nello stile e claudicanti nel ritmo e nell’ortografia, avevano comunque la rabbiosa istintività di un’idea forte che vuole essere impressa sulla carta. Quell’energia e quel tipo di storie riescono a mettere in ombra anche lacune e difetti del racconto.

Le sue storie (i suoi libri) nascono meglio quando scrive in tranquillità o sotto stress?
Ho bisogno di tranquillità per costruire e gettare le fondamenta della storia, i pilastri, l’impalcatura. Però verso la fine del processo ho bisogno di un po’ di stress per poi darle fuoco. Il fuoco, inteso come sollecitazione e scossa, è l’unica cosa in grado di farti capire se la storia che hai scritto tiene. Se l’edificio mangiato dalle fiamme, regge, vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Se sotto le sollecitazioni, sotto lo stress finale e le scosse della storia che scivola verso il suo epilogo, e quindi sotto le fiamme lo scheletro crolla, vuol dire che devi ricominciare dalle fondamenta. Tutti gli scrittori diventano piromani a un certo punto del processo creativo.

Legge molto? Quali scrittori l’hanno influenzata maggiormente?
Leggo tantissimo, eppure non leggo quanto vorrei. La lettura è studio e passione, e al tempo stesso dipendenza, per me. Più leggo e più mi accorgo di non sapere niente. Più vite attraverso nei libri, e più mi accorgo di quanto sia piccolo, di quanto poco conosco del mondo, di quanto ho da imparare e di quanto devo migliorarmi come autore e come uomo. È una sensazione spiacevole, ti senti inferiore, però al tempo stesso ti spinge a leggere e studiare di più, cercando di colmare quella voragine (in realtà impossibile da colmare) che è l’ignoranza delle cose che non abbiamo letto e delle vite che non abbiamo vissuto.
Troppi scrittori mi hanno influenzato… Stephen King è quello che mi ha influenzato di più. Massimo Carlotto è quello che mi ha fatto scoprire le reali potenzialità dello scrivere e della letteratura. Edgar Allan Poe e Oscar Wilde mi hanno mostrato cosa sia il talento e la magia dello scrivere. Ma in realtà sono tantissimi… impossibile rispondere.

Ha delle abitudini quando scrive? Predilige dei luoghi particolari dove scrivere?
Ho bisogno di essere solo. Non riesco a scrivere se qualcuno è con me. Nemmeno se si trova in un’altra stanza. So che è qualcosa di irrazionale, però per me funziona così. Nelle fasi iniziali di un romanzo ho bisogno di solitudine e silenzio. Quando poi la storia inizia a marciare, allora faccio entrare la musica come sottofondo. Jazz, blues, rock o musica classica a secondo di cosa sto scrivendo.

Uno scrittore può imparare lo stile?
La risposta risiede nell’impostazione della tua domanda. Se mi chiedi – come hai chiesto – “uno scrittore può imparare lo stile?”, allora risponderei di sì. Ci vorranno anni, tante letture, tanto esercizio e tanta passione/odio, ma può riuscirci. Se invece mi dovessi chiedere “una persona può imparare lo stile?” probabilmente risponderei no, se intendiamo una persona che non ha una passione per lo scrivere, e per stile lo “stile di scrittura”, perché di base ci dev’essere una propensione per la scrittura e per la creazione delle storie. Se quella propensione e quella passione non ci sono, è impossibile limare, scavare, smussare e intagliare l’anima creativa di quella persona fino a rivelarne lo stile. Se invece c’è una base su cui lavorare, secondo me è possibile. Ma è un qualcosa che non si può fare da soli. O forse sì, ma ci si impiegherebbe davvero tantissimo tempo.

Il libro è già tutto presente nella sua testa prima di cominciare a scrivere o si sviluppa, sorprendendola, mano a mano che va avanti?
Dipende dal tipo di romanzo che sto scrivendo. Se si tratta di un poliziesco,  conosco quasi tutti i movimenti di trama. Se si tratta di un romanzo non di genere, lo scopro e mi si rivela man mano che lo scrivo.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi lavori?
Tutto… Scherzo. Pochissimo nei noir e nei polizieschi. Parecchio in quelli più intimi ed extragenere che guarda caso non sono pubblicati. In realtà sono quasi sempre più interessanti e affascinanti le vite, le scelte, i drammi e le passioni che non abbiamo vissuto, di quelle che invece ci siamo lasciati alle spalle. Ma è così: il desiderio e la passione per un qualcosa di più travolgente, di migliore in un certo senso sono la base del vivere, e specularmente della narrativa.

Progetti per il futuro?
Mi piacerebbe confrontarmi con generi diversi dal mio, esplorare territori nuovi, ma soprattutto migliorare e mostrarmi ai lettori sempre più preparato e fresco.

Scrittura a parte, qual è la forma d’arte che sente più affine?
La musica e il cinema.

Il suo rapporto con le critiche e la Critica?
Leggo tutte le critiche e le recensioni e cerco di trarne il maggiore beneficio senza per questo perdere la mia identità come autore. Ma leggo tutto ciò che viene scritto sui miei lavori per rispetto di chi ha impegnato parte del suo tempo per parlare di un qualcosa che mi riguarda, anche se ne parla male, ma mi è utile conoscere ed eviscerare il parere di tutti. D’altronde non si scrive per se stessi, ma per gli altri.

Quali sono le sue piccole manie?
Questa ti farà ridere… Sono un estimatore dei profumi. Mi piace decifrare e perdermi nelle essenze e scoprirne di nuove. Avendo dei personaggi seriali, Biagio Mazzeo, Vito Strega, e altri di cui sto scrivendo, associo a ogni personaggio un profumo che a mio avviso ne rivela la personalità e il carattere. Quando scrivo di quei personaggi, quindi quando dedico dei mesi a loro, mi capita di portare lo stesso profumo associato a quel personaggio perché mi aiuta a entrare meglio nella sua mente e a ricordarmi che sto scrivendo di lui. Questo mi permette di leggere la realtà attraverso gli occhi di quel personaggio. Di tutte le mie piccole manie, credo che questa sia la più particolare.

 

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de Fogu, (edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco inserito nel trittico noir Donne a Perdere (Edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller, e finalista al Premio Camaiore 2013, e proseguita con La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014) vincitore del Premio Glauco Felici 2015, e Per sempre (edizioni E/O 2015). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo Padre Nostro e il thriller psicologico L’appuntamento (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di 50/50 Thriller. Nel 2015 ha dato alle stampe Il Canto degli innocenti (Edizioni E/O) vincitore del Premio Franco Fedeli 2015, primo libro della serie thriller I Canti del Male. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento, e in diverse antologie. I suoi romanzi sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, Canada, e Regno Unito. Piergiorgio Pulixi è stato scelto per rappresentare l’Italia al Crime Writers Festival 2016 a Nuova Delhi, India.

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