Penna a penna. Intervista con l’autore: Michela Monferrini

MIchelaMonferriniQuando ha cominciato a scrivere? Era sicura di voler diventare una scrittrice?
Scrivere mi è piaciuto da sempre. A scuola, il tema era il mio momento preferito. Cercavo di metterci quel di più di fantasia che mi permettesse di eludere la domanda diretta espressa dalla traccia e di seguire un mio percorso personale, di raccontare una storia. Ecco, andando forse un po’ fuori tema ho iniziato a scrivere. Ma non avevo il sogno di diventare una scrittrice; da bambina, alla domanda canonica su cosa volessi fare da grande, rispondevo più frequentemente “la giornalista”: mi sembrava un lavoro più faticoso, e dunque più serio, più “mestiere”. In fondo, ancora oggi penso che sia così, e non mi definirei mai una scrittrice solo per aver scritto uno, due, tre libri.
Lavoro con le parole, in vari modi, e dunque posso dire che effettivamente faccio quel che avrei voluto fare da sempre.

 Che cosa scriveva all’inizio? È stata incoraggiata da qualcuno e se sì, da chi?
All’epoca del liceo scrivevo, come molti agli inizi, quasi solo poesie, anche perché ero incoraggiata e quasi incalzata dalla bibliotecaria della mia scuola – un liceo scientifico – che mi proponeva bandi di concorsi poetici, scolastici e non. Sapeva della mia passione di lettrice, e sapeva che con l’italiano me la cavavo bene. A uno di quei concorsi – il Subway – partecipai inviando una poesia dedicata all’incipit di Ferito a morte di Raffaele La Capria: andò bene, la poesia fu stampata in un libriccino che veniva distribuito gratuitamente nelle metropolitane di alcune città italiane; andai a Milano dove mi venne regalato un workshop di scrittura, e da lì ho cominciato a mettermi sempre alla prova, cercando il giudizio e il parere di chi non mi conoscesse anziché di parenti e amici; di chi insomma sulla mia scrittura potesse mettere uno sguardo professionale.

 Come si fa a sviluppare una buona tecnica della scrittura? Ci sono trucchi che si possono usare per migliorare?
C’è un solo trucco, una sola magia; non è certo che basti per poter scrivere, ma è certo che se si scrive non può mancare: leggere.

C’è una cosa che ha scritto tanto tempo fa e che le piace quanto ciò che scrive adesso?
Non saprei, perché non mi rileggo. Ma in ogni caso, non “mi piace” mai quel che scrivo: se così fosse, ci sarebbe qualcosa di malato nel mio rapporto con la scrittura; posso essere più o meno soddisfatta del risultato, ma il punto non è mai “mi piace/non mi piace”, piuttosto è quanto io sia riuscita a esprimere ciò che volevo, e quanto e cosa posso fare per migliorare.

Le sue storie (i suoi libri) nascono meglio quando scrive in tranquillità o sotto stress?
Io scrivo solo sotto “stress”, nel senso che scrivo quando le scadenze sono talmente vicine da essere superate in un attimo. Questo, in genere, mi procura ansia, ma evidentemente per scrivere ho bisogno di sapere che devo proprio farlo, che non posso perdere tempo oltre.

Legge molto? Quali scrittori l’hanno influenzata maggiormente?
Sì, naturalmente; bisogna diffidare di quegli scrittori che affermano di non avere il tempo di leggere. Bisogna smettere di leggerli.
Io non so fare la mappa delle influenze, ma so che ci sono alcuni scrittori a cui torno sempre; ne nomino due che possono sembrare distanti tra loro: Virginia Woolf per la capacità di mettere tutta la vita in una pagina (una qualunque delle sue, aprire a caso per provare); Ray Bradbury perché mi ha insegnato che la fantascienza – quindi il futuro – è una questione di nostalgia.

Ha delle abitudini quando scrive? Predilige dei luoghi particolari dove scrivere?
Non posso scrivere ovunque: deve esserci silenzio; non devono esserci musica, persone che parlano, televisione, ecc. Quindi scrivo a casa, di sera. Questo vale per la narrativa, perché naturalmente collaborando con un giornale capita spesso di dover scrivere gli articoli in situazioni di confusione, e per di più di doverlo fare in fretta. In questo, diciamo che sto migliorando.

Uno scrittore può imparare lo stile?
Può imparare a migliorare il proprio stile da sé stesso, ma dall’esterno no, ciascuno ha il suo stile e la sua voce personale, frutto delle letture fatte nel tempo, della musica ascoltata, della vita vissuta. Per questo diffido delle scuole di scrittura. Può accadere poi che si scriva senza avere uno stile preciso, voglio dire una voce riconoscibile: lavorare al grado zero della scrittura. Da lettrice, trovo che troppi autori pubblicati e anche di successo non siano riconoscibili; questi scrittori non mi incuriosiscono, non mi interessano.

Il libro è già tutto presente nella sua testa prima di cominciare a scrivere o si sviluppa, sorprendendola, mano a mano che va avanti?
L’idea deve essere completa e sedimentata, ma non solo: addirittura prima di scrivere anche soltanto tre pagine devo avere in testa – più o meno a memoria – quelle tre pagine. Voglio dire che scrivo molto più e molto prima con la testa, che con la penna.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi lavori?
Più che di “autobiografico” parlerei di “reale”, e direi tutto: tutto stravolto, rivisto, deformato, depurato, ma tutto. Io non so inventare dal nulla – ammiro molto chi sa farlo – e trovo che nella realtà ci siano troppe storie da raccontare perché non vengano raccolte, salvate.

Progetti per il futuro?
Sto lavorando a più cose insieme, tutte di genere diverso. Vedrò quale riesce ad arrivare a compimento, perché i progetti è facile e a volte persino utile abbandonarli.

Scrittura a parte, qual è la forma d’arte che sente più affine?
Io mi emoziono e mi scaldo molto facilmente, per cui è frequente che guardando un grande film pensi che il cinema sia il più straordinario dei linguaggi esistenti, e che due giorni dopo pensi lo stesso della musica assistendo a un concerto, o del teatro a uno spettacolo. Però ecco, se per assurdo arrivasse uno strano tipo di dittatore che ci dicesse: Scegliete, da domani per dieci anni potete fare solo una cosa tra leggere, andare al cinema, andare a teatro o ai concerti o a vedere mostre d’arte – parlo delle arti vissute “dal vivo”, quindi – probabilmente, dopo la lettura, non saprei rinunciare al cinema.

Il suo rapporto con le critiche e la Critica?
La “critica” è un’entità inesistente. Oggi esiste il giornalismo culturale, che è un’altra cosa. Molte persone lo fanno seriamente, ma non è la critica di una volta perché a queste persone manca l’autorevolezza, e manca perché non c’è più nessuno che possa attribuirgliela né riconoscerla. Dispiace soprattutto perché la critica di una volta non era solo legata a meccanismi di promozione, di vendita; uno scrittore veniva seguito nel tempo, i critici sapevano ricostruirne il percorso e la storia, non guardavano solo all’ultimo libro mandato in libreria, così anche una “stroncatura” aveva un valore costruttivo, mentre oggi sembra a volte solo un esercizio di ironia da parte di chi la firma.

Quali sono le sue piccole manie?
Forse saprebbe elencarle meglio chi mi sta accanto. Parlando di scrittura, so che ci sono dei temi su cui insisto e insisterò sempre, e forse sì, quei temi possono essere definiti come le mie manie: il rapporto tra le diverse generazioni, il rapporto tra passato e futuro, il valore della memoria.

Michela Monferrini è nata il 06/01/1986 a Roma, dove risiede. È stata finalista ai premi Subway – Poesia 2005, Campiello Giovani 2008 e Calvino 2012. Ha pubblicato poesie su riviste e antologie, tra cui Subway – Poeti italiani underground (Il Saggiatore 2006). Ha curato Quasi un racconto (Edilet 2009) e La letteratura è un cortile di Walter Mauro (2011); è autrice di Conosco un altro mare. La Napoli e il Golfo di Raffaele La Capria (Perrone 2012).
Collabora con “Nuovi Argomenti”,”Gli Altri” e “L’Indice dei Libri del Mese”.
Chiamami anche se è notte (2014, Mondadori), finalista al premio Calvino 2012, è il suo primo romanzo.
Ha da poco pubblicato Grazia Cherchi (2015, Ali&No), un ritratto a tessere di Grazia Cherchi, attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuta e le è stato amico, attraverso i suoi articoli, i brani dai suoi libri, e grazie alle fotografie di Vincenzo Cottinelli.

 

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