Penna a penna. Intervista con l’autore: Ilaria Gaspari

IlariaGaspariQuando ha cominciato a scrivere? Era sicura di voler diventare una scrittrice?
Da bambina ero una piccola grafomane. Scrivevo molto, mi avventuravo in generi diversi. Scrivere, allora, era il mio sogno, e anche l’unico mestiere che pensavo che avrei potuto fare. Non ho mai creduto di voler fare la dottoressa o l’astronauta o la cantante. Anche perché sarei stata troppo goffa per fare l’astronauta, troppo ipocondriaca per fare il medico, e quanto alla musica, ho un disturbo un po’ curioso, che si chiama amusia, che mi rende insensibile al ritmo – quando ero piccola non sapevo di cosa si trattasse, ma la mia insensibilità al ritmo l’avvertivo già. Poi, durante l’adolescenza, per un severo senso di inadeguatezza, ho smesso; per anni non ho scritto niente, se non i temi a scuola. Ho ripreso all’improvviso, in una specie di febbre, verso la fine dell’università.

Che cosa scriveva all’inizio? È stata incoraggiata da qualcuno e se sì, da chi?
Quando ho ricominciato a scrivere, erano poesie; non le facevo leggere quasi a nessuno. Non ero soddisfatta, sentivo che stava nascendo qualcosa ma la mia scrittura era ancora acerba, e lo sapevo.
Poi ho scritto di getto, e quasi per gioco, la prima pagina di Etica dell’acquario, che allora naturalmente non aveva ancora un titolo. Volevo scrivere un incipit da romanzo noir, che creasse un senso di sospensione, di mistero. L’ho fatto leggere al mio fidanzato di allora, che mi ha detto: è bello, continua, voglio vedere come va avanti. E così ho continuato, e nel giro di pochi mesi la prima stesura del libro era finita.

Come si fa a sviluppare una buona tecnica della scrittura? Ci sono trucchi che si possono usare per migliorare?
Sicuramente ce ne sono, ma purtroppo non li conosco. Scrivo d’istinto, senza pensare e senza mai rileggermi finché non ho finito. Poi, quando posso, cerco qualcuno che abbia la pazienza di ascoltare quello che ho scritto. Così, mentre leggo, vedo un po’ che faccia fa. Per fortuna ho degli amici molto affettuosi, e molto pazienti. Prima o poi si ribelleranno, lo so.

C’è una cosa che ha scritto tanto tempo fa e che le piace quanto ciò che scrive adesso?
Ho ritrovato, nella confusione dell’ennesimo trasloco, in uno scatolone, una cosa che avevo scritto da bambina. Avevamo da poco preso un gatto, avrò avuto otto anni. Avevo scritto una specie di pensierino sullo stupore che mi prendeva quando provavo a guardare le cose come mi immaginavo che le potesse vedere questo gatto. Era un pensiero appena abbozzato, ma aveva una sua bellezza, e soprattutto assomigliava stranamente a molte cose che scrivo ora. Nella stessa scatola c’erano i temi tremendi che scrivevo alle medie, tutti complicati e attorcigliati e difficili – l’adolescenza è stata inclemente, poi si vede che in qualche modo mi sono ritrovata. Ricominciando a scrivere da grande, ho ritrovato lo sguardo di quando ero bambina, e sono stata felice quando me ne sono resa conto.

Le sue storie (i suoi libri) nascono meglio quando scrive in tranquillità o sotto stress?
Purtroppo, per molte ragioni contingenti, da quando ho iniziato a scrivere sono sempre un po’ di corsa. Ho in ballo un dottorato e un lavoro nel campo della moda, moda uomo, da Valentino, nello showroom di Parigi. Il risultato è che faccio una vita randagia, viaggio molto, mi sposto da una città all’altra e ho sempre qualcosa in ballo, qualcosa da finire, qualcosa che lascio indietro. Anche perché nel bagaglio a mano c’è sempre troppo poco posto, e così va sempre, comunque, a finire che al check-in mi devo infilare i maglioni a strati e tenere in mano quattro o cinque libri, per far sgonfiare un po’ la valigia. Non so come sarebbe scrivere in tranquillità, ma mi piacerebbe tanto provare. O forse no, forse è meglio così, nella confusione.

Legge molto? Quali scrittori l’hanno influenzata maggiormente?
Molto, e sono molto disordinata nelle letture. A volte ho l’impressione di saccheggiare gli scrittori che mi piacciono. Leggo in modo selettivo e impetuoso. Mi dimentico spesso le trame dei libri, ma mi ricordo sempre le sensazioni che mi hanno dato. Se un libro non mi piace, lo lascio. Se inizia a non piacermi a un certo punto, lo abbandono senza troppi complimenti.
Amo Diderot, Mark Twain, Jerome, Campanile, Wodehouse e Queneau, che mi fanno morire dal ridere e mi immalinconiscono come solo i grandi umoristi. Flaubert, che mi fa soffrire e mi fa vedere le cose. Leggo avidamente Dostoevskij, Roth e Stephen King, che hanno su di me la fascinazione assoluta del lato oscuro – e sono gli unici scrittori che riesco a leggere nei periodi in cui scrivo. E poi una lettura che mi consola e mi fa sentire una strana forma di felicità, sempre, qualunque cosa accada, sono i Saggi di Montaigne.

Ha delle abitudini quando scrive? Predilige dei luoghi particolari dove scrivere?
Siccome viaggio molto, sono costretta ad avere poche pretese. Preferisco scrivere al computer che a mano, perché ho una scrittura contorta e spesso indecifrabile anche a me stessa. Mi piace scrivere nei luoghi pubblici, nei bar, nella sala d’aspetto della stazione, negli aeroporti. Nei posti in cui vedo la gente che passa, che parla, che vive insomma. Quando finisco, stampo tutto, e rileggo. Giro con il manoscritto (lo chiamo manoscritto comunque, anche se non lo è) in borsa, e segno le correzioni con una matita che deve essere sempre ben affilata. Ora che ci penso, devo sempre avere con me una matita e un temperino.

Uno scrittore può imparare lo stile?
Non lo so, ad essere sincera. Non credo. Credo che uno scrittore lo stile lo possa coltivare, affinare, ma non cercarlo, né trovarlo. E neppure costruirlo. Perché in fondo lo stile è solo un modo di costruire una voce, di restituire un certo tipo di stupore; e di sedurre in un modo sottile e impercettibile chi ti legge. Per questo, secondo me, uno stile artificioso non è uno stile.

Il libro è già tutto presente nella sua testa prima di cominciare a scrivere o si sviluppa, sorprendendola, mano a mano che va avanti?
No, di solito nella mia testa c’è una grande confusione e quando mi metto a scrivere non so mai cosa aspettarmi. Mi lascio libera di non pensare, e mi concentro solo su un piccolo dettaglio. Può essere una luce, un profumo, una voce – una cosa piccola, magari, persino insignificante. A partire da lì, cerco di costruire il resto; dopo un po’, è come se la storia andasse avanti da sola, e i personaggi iniziassero a vivere una loro vita indipendente, che obbedisce a una logica strana, ma vera, e – se il personaggio mi riesce bene – anche coerente.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi lavori?
Le ambientazioni: finora, le ho riprese da luoghi e situazioni che conoscevo, ma stravolgendole, rielaborandole, capovolgendole un po’. Mi diverte, mescolare tutto.

Progetti per il futuro?
Molti, troppi e molto confusi. La cosa che più desidero, comunque, è continuare a scrivere, scrivere il più possibile. E magari avere un po’ più di stabilità, ma solo un pochino, perché mi piace troppo viaggiare.

Scrittura a parte, qual è la forma d’arte che sente più affine?
Di sicuro la pittura. Non nel senso che dipingo (sono sempre stata disastrosa, con i disegni, con le tempere, con gli acquerelli, con tutto l’armamentario delle arti figurative); nel senso che mi piace da morire perdermi nei musei, guardare, provare a vedere le cose come le vedono i pittori. Sono miope e un po’ astigmatica, però: mi è capitato qualche volta di far suonare i temibili allarmi dei musei, perché per vedere bene mi avvicino troppo. Una volta collezionavo cartoline con riproduzioni di quadri, da qualche parte le avrò ancora. Mi piacciono i quadri complicati, con tante storie, tanti piccoli dettagli.

Il suo rapporto con le critiche e la Critica?
Sono terrorizzata dalle critiche negative! Ma forse perché sono all’inizio. Devo abituarmi, prendere un po’ di distanza dalle cose, forse poi migliorerò. Almeno, lo spero. Finora, le recensioni che ho avuto sono state tutte molto molto clementi, alcune addirittura lusinghiere. Ma io le leggo tutte, comunque, con il batticuore fino all’ultima riga.

Quali sono le sue piccole manie?
Ne ho troppe per poterle raccontare tutte: sono un po’ nevrotica, dunque superstiziosa, di mie piccole superstizioni personali. Una mania che forse posso confessare, è che quando so che ho da affrontare qualcosa di importante devo avere addosso, a tutti i costi, una cosa nuova. Anche se non si vede, ma devo averla addosso. Anche solo un braccialettino, non so, o un elastico per i capelli, una forcina. A volte aspetto giorni e giorni per inaugurare un vestito nuovo! Chissà perché, penso che mi porti fortuna, e che se non ho addosso nemmeno una piccola cosa nuova, sarà una catastrofe. Un’altra mia mania, che mal si concilia con la mia vita vagabonda, è che non butto mai via niente. Nemmeno gli scontrini, non so, o i rossetti finiti. Conservo tutto, ma perdo anche tutto.

 

Ilaria Gaspari è nata a Milano nel 1986 e si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato. Etica dell’acquario (2015, Voland Edizioni) è il suo primo romanzo.

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