Penna a penna. Intervista con l’autore: Gianluca Morozzi

GianlucaMorozziQuando ha cominciato a scrivere? Era sicuro di voler diventare uno scrittore?
A dodici/tredici anni. Mio nonno mi ha regalato una macchina da scrivere, un manuale di dattilografia e l’autobiografia di Isaac Asimov. Il mix è stato devastante: da lì in poi non ho mai voluto fare nient’altro che questo.

Che cosa scriveva all’inizio? È stato incoraggiato da qualcuno e se sì, da chi?
Scrivevo racconti di fantascienza: il primo si intitolava Divoratore cosmico, e si svolgeva su Nettuno. Il primo romanzo, che ho riscritto quattro o cinque volte, si intitolava Trappola androide. Indimenticabile.
Poi ho avuto il grande innamoramento per Stephen King, e ho provato a imitarlo per metà degli anni Novanta. Dopo ho scopiazzato Tondelli, Brizzi, Nick Hornby, Paolo Nori. E nel Duemila finalmente ho pubblicato.
Grandi incoraggiamenti non ne ho avuti, se non da mio padre, che però aveva una tecnica di incoraggiamento simile agli allenatori di pallavolo dei cartoni animati giapponesi degli anni Ottanta. Se avete presente.

Come si fa a sviluppare una buona tecnica della scrittura? Ci sono trucchi che si possono usare per migliorare?
Non vergognarsi di copiare, all’inizio, come esercizio. Riprodurre lo stile altrui è molto utile: ti fa capire la differenza tra veder pitturare un muro e pitturarlo tu stesso. E riprodurre stili diversi fornisce molte armi nella lotta alla pagina bianca. Alla fine, a forza di provarne diversi e mescolarli, verrà fuori il tuo.

C’è una cosa che ha scritto tanto tempo fa e che le piace quanto ciò che scrive adesso?
L’era del porco. Che ho scritto undici anni fa.

Le sue storie (i suoi libri) nascono meglio quando scrive in tranquillità o sotto stress?
Nascono in qualsiasi circostanza.

Legge molto? Quali scrittori l’hanno influenzata maggiormente?
Leggo tantissimo… posso dire: Stephen King, John Fante, Philip Roth, Paolo Nori, Chuck Palahniuk, Anna Starobinec, Virginia Woolf, Irvine Welsh, Luigi Malerba, Agatha Christie… eccetera, eccetera, eccetera

Ha delle abitudini quando scrive? Predilige dei luoghi particolari dove scrivere?
In genere scrivo a casa, al solito tavolino… anzi, in un momento di crisi ho cambiato tavolino, spostandomi di un metro e mezzo nella stessa stanza. Sembra poco, ma cambia la visione di quello che hai dietro lo schermo del computer, cambia la luce, cambia tutto. Despero è stato scritto in una specie di nicchia nel corridoio di un appartamento sovraffollato, e Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen è nato tutto sul treno regionale da e per Reggio Emilia.

Uno scrittore può imparare lo stile?
Ma certo. Si impara sempre, sempre, sempre, ci si migliora sempre, sempre, sempre. Basta leggere cose nuove, diverse, provare stili differenti. Io, scrivendo molti racconti, li uso come palestre per sperimentare una soluzione nuova che poi applicherò su larga scala nei romanzi. Il segreto è: continuare a leggere rimanendo lettori, per il piacere della lettura, ma essendo pronti a intercettare una trovata utile. E a rubarla.

Il libro è già tutto presente nella sua testa prima di cominciare a scrivere o si sviluppa, sorprendendola, mano a mano che va avanti?
Io inizio avendo in mente soltanto l’inizio e la fine. Il resto nasce pian piano, collegando il punto A e il punto Z. Se non ho la fine in testa, non inizio neppure.

Quanto c’è di autobiografico nei suoi lavori?
Dipende. Il novanta per cento in libri come Accecati dalla luce, il cinquanta ne L’era del porco, quasi zero in Radiomorte.

Progetti per il futuro?
Ho già consegnato il nuovo romanzo per Guanda, Fiorito all’inferno. Ho una trilogia chiamata L’uomo liscio, della quale ho completato il primo volume. E sto scrivendo il romanzo per il 2017, che si chiamerà Bologna in fiamme, o Cadiamo tutti quanti come mosche, o qualcosa che non mi è venuto ancora in mente.

Scrittura a parte, qual è la forma d’arte che sente più affine?
Sicuramente il fumetto. Una forma d’arte che adoro, che sono in Italia o quasi è considerata arte minore, e che mi piace scrivere, di tanto in tanto. In tutta la mia carriera ho vinto solo due premi, e uno era per Pandemonio, il primo fumetto che ho sceneggiato (con i disegni di Squaz).

Il suo rapporto con le critiche e la Critica?
La critica, come dire, ufficiale, mi ha sempre ignorato. Ma proprio ignorato del tutto. Non esisto. La critica in rete non la leggo perché sono sensibile.
Se poi intercetto una critica che secondo me non ha colto nel segno, penso: Sì, sì, bravo, ma non hai capito niente.
Se invece ha colto nel segno, ahimè, soffro.

Quali sono le sue piccole manie?
Una sola: ho una piccola trottola rossoblù accanto al mouse. Quando mi blocco su una frase, la faccio girare.
Anzi, ne ho due: quando una cosa che sto scrivendo non esce, quando mi manca l’idea risolutiva, vado a fare una doccia. E in genere l’idea arriva. Il che mi rende uno scrittore molto prolifico, nonché pulitissimo.

 

Gianluca Morozzi esordisce nel 2001 con il romanzo Despero (Fernandel) e raggiunge la notorietà tre anni più tardi con il “thriller claustrofobico” Blackout (2014, Guanda), dal quale è stato tratto un film per la regia del messicano Rigoberto Castañeda.Oltre ai romanzi già pubblicati, ha all’attivo numerosi racconti, inseriti in diverse antologie. Nella sua produzione sono frequenti i riferimenti alle esperienze personali, in particolare quelle inerenti alla fede calcistica per il Bologna FC e la musica. È il chitarrista degli Street Legal, una tribute band che omaggia Bob Dylan.
Nel 2008 Carmine Brancaccio ha scritto la sua biografia, dal titolo L’era del Moroz. Tra la vita e la scrittura di Gianluca Morozzi, pubblicata dalla casa editrice Zikkurat.
Conduce insieme a Moreno Spirogi il programma L’era del Moroz su Radiocittà Fujiko.
Tra i suoi lavori ricordiamo L’era del porco (2005, Guanda), L’abisso (2007, Fernandel), Colui che gli dei vogliono distruggere (2009, Guanda), Cicatrici (2010, Guanda), Chi non muore (2011, Guanda), Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen (2011, Castelvecchi), Radiomorte (2014, Guanda) e Lo specchio nero (2015, Guanda).

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