PADANIA di Massimiliano Santarossa

Layout 1Era l’inizio di settembre e tornavo dalla data zero dello spettacolo “Solitari Padani Umani” di Massimiliano Santarossa e Pablo Perissinotto. Una notte quasi surreale, svoltasi nel giardino della casa editrice Biblioteca dell’Immagine che ha organizzato l’evento. Le canzoni di Perissinotto si fondevano in modo perfetto con i testi di Santarossa, le due voci si alternavano tra musica e racconto, e un numero ristretto di invitati, seduti nel giardino ascoltavano in silenzio seguendo i percorsi  e le trame. Lo spettacolo racconta quello che c’è prima, dentro, attorno a Padania, il nuovo romanzo di Massimiliano Santarossa. È la storia di una generazione sopravvissuta alla fabbrica, alla droga, alle notti di follia, ai quartieri degradati. Uno su dieci ce l’ha fatta, Pablo e Massimiliano raccontano gli altri nove.
Vedere lo spettacolo è respirare a pieni polmoni quello che ha condotto Santarossa a scrivere i suoi romanzi più realistici (Storie dal fondo e Gioventù d’asfalto pubblicati da Biblioteca dell’Immagine, Hai mai fatto parte della nostra gioventù e Cosa succede in città pubblicati da Baldini&Castoldi); è capire cosa lo ha portato a ritornare al realismo: la necessità di mostrare attraverso le sue parole ciò che non vogliamo vedere.

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Ho avuto la fortuna di poter leggere in anteprima Padania, romanzo lungo, ben 400 pagine. Romanzo denso, romanzo vero.
Padania racconta la storia di Max, scrittore che ha da poco superato i quarant’anni, ricco, affermato, ma che non riesce più a scrivere. Max ha una moglie, Anna, donna in carriera, che dirige un’azienda di alta moda, un figlio di dieci anni, Giulio, sveglio intelligente, per il quale il padre è quasi completamente assente pur essendo presente. Ma è un uomo che porta un peso in fondo al cuore, un dolore profondissimo che lo ha cambiato, che non gli permette di vivere veramente: la morte della figlia Sofia. Le pagine in cui Santarossa descrive il giorno del funerale di Sofia sono così dense di pathos che mi sono rimaste scolpite nel cuore.

Mi volto. Mia moglie è qui: stretta, incassata, perduta per
sempre nel mio petto. Anna che non sarà mai più Anna.
Sento il suo corpo dissolversi nella pioggia che crolla. Le
prendo con le mani la testa, i capelli biondi profumati, anche
oggi. La trattengo. Ho paura che possa disintegrarsi in volo.
Proprio come farebbe una stella che ha deciso di esplodere
prima del giorno.
Nessun genitore dovrebbe sopravvivere alla propria bambina.

Max è uno scrittore famoso, entrato, grazie al successo dei suoi romanzi, nel mondo alto borghese che altrimenti gli sarebbe stato precluso e che gli ha permesso di comprarsi una grande villa con piscina in un quartiere di ricchi. Si è allontanato dai luoghi della sua infanzia, si è allontanato dalla sua vita precedente, dagli amici di vecchia data.
Gli siamo seduti accanto nella sua Alfa Romeo 4C e corriamo a velocità folle in autostrada. Siamo con lui sul suo divano mentre ci descrive, marca dopo marca, prezzo dopo prezzo, l’arredamento della sua casa, e guardiamo la vuotezza del mondo moderno. E siamo con lui quando va con la famiglia a trovare i genitori, metalmezzadri, lavoratori di un tempo ormai passato, per il pranzo della domenica.

E così la rabbia contro Dio, Dio che è padre e madre
assieme, è del tutto naturale: al principio ci si addossa le
colpe, Sono rimasto solo perché sono cattivo, infine si comprende,
Sono rimasto solo perché hanno scelto di abbandonarmi.
Entrambi mi hanno abbandonato per il lavoro nei campi
e in fabbrica. Metalmezzadri, sia lodato il Dio del ferro e della
terra.
«Buona domenica», sussurro a nessuno.

Max non riesce a scrivere più una riga ma osserva tutto ancora con gli occhi dello scrittore, è consapevole della degradazione di ciò che lo circonda, del  surrogato della vita in cui volutamente  si è immerso. E nelle notti di sesso e cocaina, nelle scopate fugaci, nei dialoghi degli altri attorno a lui leggiamo tutta la desolazione di un mondo che va allo sfacelo. Attraverso i suoi occhi percorriamo la crisi del Nordest già passata, e «questo nuovo mondo all’apparenza senza più crisi, senza più conflitti, senza più paura», in cui gli attentati sono solo un brutto ricordo. E ci accorgiamo che tutto è apparenza e nulla è quel che sembra.

Ma.
Max non ama più Anna, Anna non ama più Max. In fondo si amano ancora.
Max è perso, ma Max è padre e questo lo aiuterà a ritrovare se stesso.
Max e’ scrittore che non scrive più, ma potrà la Parola salvarlo?

Santarossa non trascura nulla e ogni sua parola è scelta con accuratezza. Grassetto, stampatello, corsivo sono usati per trasmettere al lettore le stesse sensazioni provate dal protagonista nel leggere cartelli, pubblicità, scritte psichedeliche. In Padania ritroviamo un nome, Sofia, già usato nel precedente Metropoli. In Metropoli il protagonista incontrava una donna, Sofia, che lo aiutava a guardare dentro se stesso, reagire al ‘male’ e a scegliere una via d’uscita. Qui invece Sofia è morta, la ‘saggezza’ non c’è più e nel mondo del protagonista, il nostro mondo, governa il caos, un mondo non più mondo, vuoto di sentimenti e correttezza, dove tutto è consumismo e dissolutezza, il preludio della fine.

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L’autore ci sfida a credere in lui, nella parola scritta che può e deve essere denuncia; ci conduce con maestria dove vuole, ci accompagna per mano, ci mostra l’orrore, non lasciando nulla celato. Dove il romanzo non arriva, arrivano le note dell’autore, chiare, lucide. Santarossa con Padania torna al realismo ma torna anche a parlare del Nordest, della sua terra, regalandoci un grande romanzo, una storia nella Storia.

Eccomi laggiù, in una città persa
in tutto questo. Io, uguale a milioni di altri italiani del nord.
Un folle tra i folli.
Ma la mia follia ha una ragione: aver perduto quel corpo
piccolo sotto il cielo scuro, di pioggia, pronto a crollare.
E la vostra, di follia?

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PADANIA
Massimiliano Santarossa
Edizioni Biblioteca dell’Immagine
2016
Euro 14.00

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