LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE di Mark Haddon

LostranocasodelcaneChristopher, quindici anni, vive con il padre e un topo di nome Toby, ma se fosse lui a descriversi in prima persona, così come in prima persona avviene la narrazione stessa del romanzo, probabilmente invertirebbe l’ordine. Perciò: Christopher vive con Toby e con suo padre. Quindici anni e la sindrome di Asperger a complicare un’età già di per sé complessa, Christopher odia il giallo e il marrone; sopra ogni altra cosa detesta le banane, perché sono gialle e come se non bastasse diventano marroni.
La narrazione scaturisce da un fatto accaduto una notte, quando il ragazzo trova il cane della vicina morto in giardino, trafitto da un forcone. Amante dei libri gialli, Christopher decide di scoprire chi sia il colpevole di quel delitto, proprio come farebbe il suo mito Sherlock Holmes.
Quello del cane ucciso a mezzanotte non è, tuttavia, il solo mistero che il ragazzo si troverà a disvelare nel corso della narrazione: c’è un segreto molto più grande che suo padre gli ha nascosto, con quella protezione genitoriale che non si sa mai quanto sia amore e quanto sia egoismo. Forse perché è inscindibilmente entrambe le cose. E poi ci sono gli enigmi piccoli, quotidiani: la sindrome di Asperger (anche se Christopher preferisce definirsi semplicemente uno che ha “problemi comportamentali”), non gli permette di codificare le reazioni, le emozioni o semplicemente le parole delle persone con cui entra in contatto; anch’esse, perciò, diventano per lui nient’altro che “uno strano caso” da risolvere, più che la possibilità di legami da suggellare:

La parola metafora significa trasportare qualcosa da un posto all’altro, e deriva dai termini greci metà (che significa da un luogo all’altro) e ferein (che significa trasportare) e si usa quando si vuole descrivere qualcosa con una parola che in realtà indica qualcos’altro. Questo significa che la parola metafora è una metafora.
Credo che potrebbe essere definita una bugia, perché il cielo non si riesce a toccarlo con un dito e la gente non tiene gli scheletri nell’armadio. E quando mi concentro e cerco di rappresentare nella mia testa frasi come queste non faccio altro che confondermi, perché immaginare qualcuno con dei diavoli attaccati ai capelli mi fa dimenticare di cosa sta parlando la persona che ho di fronte.

Anche la decodificazione di banali regole di comportamento sociale rappresenta per Christopher una sorta rompicapo. Talvolta affascinante, più spesso così disorientante da atterrirlo:

Quando qualcuno mi dà degli ordini, di solito sono cose che mi confondono e che non hanno nessun senso. Per esempio quando dicono “sta’ zitto”, ma non specificano per quanto tempo devi stare zitto. Oppure su un cartello vedi NON CALPESTARE IL PRATO, in realtà dovrebbe esserci scritto NON CALPESTARE IL PRATO INTORNO A QUESTO CARTELLO oppure NON CALPESTARE IL PRATO DI QUESTO PARCO, perché invece ci sono molti prati su cui si può camminare.

L’esasperata introspezione cui è condannato lo porta a una vita solitaria vissuta quasi interamente all’interno della sua stessa mente, dove a fare da padroni sono i numeri, le regole logiche, verità inconfutabili senza traccia di ambiguità o labilità semantica. Lì, nella sua mente, perfino la classificazione delle sue stesse emozioni è mediata da un sapere che sopperisce all’assenza di un immediato sentire:

Lei mi mostrò questo disegno e io imparai che significava essere tristi, che era come mi ero sentito quando avevo trovato il cane morto. Poi mi mostrò questo disegno e io imparai che significava essere felici, che è quello che mi succede quando leggo delle missioni nello spazio dell’Apollo, oppure quando sono ancora sveglio alle tre o quattro di mattina e passeggio su e giù per la strada, fingendo di essere l’unico superstite sulla Terra.

Il motivo per cui ho più apprezzato questa lettura è, paradossalmente, lo stesso motivo per cui il romanzo non mi ha convinta fino in fondo: ho trovato l’utilizzo della prima persona una scelta così azzeccata da essere quasi obbligata, in una storia come questa. E una scommessa in gran parte vinta da parte dell’autore, nel suo saper coerentemente veicolare una voce così particolare.

Ci sono tuttavia dei tratti del libro in cui si percepisce l’intromissione della penna, la sbavatura di una voce che non è quella di Christopher. In altri punti, poi, l’autore pare dare la parola a uno stereotipo, più che a Christopher in persona, nonostante nella prefazione si fosse prefisso esattamente l’opposto: “le classificazioni raccontano ben poco della persona che è stata catalogata in una certa maniera”.mark-haddon-1
Ma probabilmente il problema è strutturale, più che di talento narrativo: per mantenere la coerenza della voce narrante, certe pagine avrebbero dovuto essere così sconnesse da non essere comprensibili. Solo così avrebbero potuto essere specchio fedele della mancata connessione tra Christopher e il mondo. Forse, allora, avrei apprezzato maggiormente se la stessa storia fosse stata sì raccontata in prima persona, ma tramite una più modesta alternanza di voci.

 

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
Haddon Mark
2014, Einaudi (collana Super ET)
Traduzione di Paola Novarese
p.248
Euro 12,00
disponibile anche in Ebook

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