L’ESTATE CHE SCIOLSE OGNI COSA di Tiffany McDaniel

Come immaginiamo il diavolo? Probabilmente come lo immaginava l’avvocato Autopsy Bliss quando ha scritto l’invito destinato proprio a Satana sul quotidiano della cittadina americana di Breathed, Ohio: «con il forcone e le corna, rosso fuoco. Un essere brutale, malvagio e crudele…». E invece in paese, in una giornata di inizio estate, arriva Sal, un ragazzino afroamericano con una salopette di jeans, un ragazzo di campagna col fare di «un’anima antica» che dice di essere il demonio e chiede un gelato.

Un errore grossolano, davvero, aspettarsi la bestia, perché a volte, sì, a volte tocca al fiore portarne il nome.

Inizia così, L’estate che sciolse ogni cosa, il fortunato romanzo d’esordio di Tiffany McDaniel, edito in Italia da Atlantide e giunto alla quarta ristampa.

Il primo a incontrare Sal è Fielding, il figlio tredicenne dell’avvocato Bliss. I due ragazzi fanno subito amicizia e poco dopo Sal viene presentato al resto della famiglia: ad Autopsy ovviamente; a sua moglie Stella, che non esce mai di casa per paura della pioggia; e a Grant, il figlio maggiore, una giovane promessa del baseball, che di tanto in tanto parla in russo. Intorno a loro, il vicinato, una costellazione di personaggi bizzarri: il nano Elohim, che compensa il suo difetto fisico guardando il mondo dall’alto dei tetti che ripara; la prozia Fedelia che porta annodati tra i capelli dei nastri, simboli dei tradimenti del marito che l’ha abbandonata; e una ragazzina con la gamba di legno che trascorre il suo tempo in giardino a leggere Il buio oltre la siepe, o Il signore delle mosche (titoli niente affatto casuali).

Sal sembra venuto dal nulla: nessuno ha denunciato la sua scomparsa, nessuno lo cerca. E mentre i Bliss cominciano a considerarlo a tutti gli effetti parte della famiglia, in città iniziano a verificarsi incidenti che presto vengono associati al suo arrivo.

È il 1984. La cittadina di Breathed respira a pieni polmoni l’aria di quegli anni Ottanta caratterizzati dalla diffusione dei videogame, dal propagarsi dell’AIDS, dalla persistenza del razzismo. Sullo sfondo la misteriosa scomparsa di ragazzini neri provenienti da diverse località e il fantasma della nave Andrea Doria.
Un’estate insolitamente rovente non lascia scampo agli uomini, agli animali e ai campi, e assume la funzione di una catarsi necessaria, la suppurazione di una ferita antica.

Quel caldo faceva galoppare il cuore, montare ogni febbre, ribollire quanto non eravamo capaci di lasciar andare. Fu un perfetto estrattore di dolore e di frustrazione, di rabbia e di sofferenza. Portava tutto in superficie, come sudore che affiora sulla pelle.

La data è un omaggio a Orwell. Un avvertimento, forse, sugli esiti funesti del controllo delle menti e della cecità della massa impazzita, che rivela come l’inferno sia in terra. Un inferno dal quale non c’è scampo, dove tutti bruciano e guardano gli altri bruciare, complici o semplicemente impotenti.

La gente crede che l’inferno sia un luogo di fiamme e di demoni, ma io non ho demoni al mio servizio. Ci sono fiamme, quelle sì, le porte vanno tutte a fuoco. Ma non sono stato io ad incendiare quelle porte, né la mia. E come non posso spegnere il mio incendio, non mi è possibile spegnere le fiamme degli altri.

Tiffany McDaniel decide di affidare alla parabola del diavolo (o presunto tale) che giunge in una piccola cittadina americana, scombinandone gli equilibri, la critica a una società xenofoba.
Il “divino” e il “diabolico” trovano alloggio fra gli uomini, e si capovolgono. La dicotomia tra bene e male rivela la fallibilità del giudizio umano e chi crede nel valore della giustizia deve accettare il fatto che spesso a pagare sono gli innocenti. E forse il messaggio è ancora più estremo: l’innocenza non esiste, siamo tutti irrimediabilmente caduti da quel paradiso perduto del quale ci parla John Milton negli eserghi che introducono ogni capitolo.

La narrazione è affidata a un Fielding ormai adulto che, tra ricordi e rimorsi, fa ancora i conti con il suo passato, con quell’estate che gli ha portato via l’infanzia. A parlare sono però, soprattutto i fatti, i dialoghi tra i personaggi ai quali sono affidate le riflessioni etiche, le immagini suggestive e poetiche che a ben vedere rivelano sempre qualche forma di sofferenza, come quella dei muri di casa dipinti dalla madre agorafobica che rappresentano paesi lontani, irraggiungibili.

Il romanzo di Tiffany McDaniel ha i pregi dei libri che non si collocano in un unico genere: è distopico, apocalittico. È un thriller, un dramma, è un romanzo gotico, lirico, allegorico, contemporaneo… Questa varietà concorre a spiazzare chi lo legge.
A colpire il lettore è soprattutto il graduale scivolare dalla calma apparente e sonnolenta dell’inizio, verso un’inarrestabile catena di violenza e crudeltà che conduce all’epilogo.
Ciò che resta è una sensazione che si divide tra il giudizio impietoso e la pietà verso la specie umana.

L’ESTATE CHE SCIOLSE OGNI COSA
Tiffany McDaniel
Edizioni di Atlantide
Traduzione di Lucia Olivieri
pp. 384
euro 26

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