IO NON MI CHIAMO MIRIAM di Majgull Axlesson

Ha appena spento le candeline del suo ottantacinquesimo compleanno e ricevuto in dono un bracciale con inciso il suo nome quando, un’elegante signora svedese, pronuncia quelle parole che per molto tempo non ha mai osato dire: «Io non mi chiamo Miriam».

Miriam inclina il bracciale e vede l’incisione. […] “è un pezzo d’artigianato zingaro”, dice Thomas. “Rom, quindi”, precisa Camilla.

Miriam avverte un fremito dentro di sé e altri nomi vengono a galla nello spazio. Ecco Anuscha che ride, gli occhi scuri che scintillano mentre attraversa di corsa il cortile. Ecco il sorriso scavato di Else che si presenta con tanto di cognome, come se Miriam fosse qualcuno che merita una presentazione. Else Nielsen. Ecco una sorvegliante che solleva la frusta e urla. Mi chiamo Binz! Imparatelo una volta per tutte, perché non ho intenzione di ripetervelo! Ecco suo fratello che la fissa con un’ultima domanda nello sguardo. Perché hai quell’aria inorridita, Malika? Sono io, Didi, il tuo fratellino.

Tutto parte da qui. Miriam è Malika e Malika è stata una ragazzina rom nata e cresciuta in Germania.

Il romanzo, dopo questa verità, alterna una narrazione che riporta a galla un passato tormentato e doloroso, quello della piccola Miriam, con il presente, nel quale Miriam tenta di ripercorrere la sua storia raccontandola alla nipote Camilla.

Le due donne, le due generazioni che esse rappresentano e il passato che entrambe portano con sé si ritrovano, una sostenendo l’altra, a passeggiare insieme. Accompagnano il lettore non solo in uno dei periodi più dolorosi della storia d’Europa, ma anche nella scoperta del destino poco noto del popolo rom.

È attraverso le timide domande di Camilla che l’anziana donna, con estrema difficoltà – una difficoltà che grazie all’autrice Majgull Axelsson e alla traduttrice Laura Cangemi  trasuda in ogni pagina – fa riemergere ricordi dolorosi, la costante paura, la fame, il freddo e la sete. Fa riemergere Malika.

Miriam racconta alla nipote che l’aver detto di non chiamarsi Miriam non era una svista dovuta all’età e le svela l’intera verità. Malika era una rom, non un’ebrea. Ma un giorno, dopo l’irruzione della Kripo tutto è cambiato: lei, il suo fratellino Didi e la cugina Anusha erano stati prelevati e deportati nel campo di concentramento di Auschwitz.

Era furibonda nei confronti della Germania e dei tedeschi e di quegli stramaledetti poliziotti della Kripo che l’avevano strappata da casa sua, di suo padre che non era riuscito a difendere né lei né Didi, di quelle suore del diavolo con il loro eterno blaterare su Gesù e i loro altrettanti eterni schiaffi, di quel vecchiaccio che era stato spinto accanto a loro sul treno per Auschwitz e si era rifiutato di dare a lei e Didi un pezzetto del suo pane perché erano zingari, […] del dottor Mengele che a intervalli regolari entrava impettito nel settore degli zingari e distribuiva caramelle alle sue piccole cavie prima di aggredirle con veleni e bisturi.

Era proprio il dottor Mengele che aveva tolto a Miriam l’ultimo pezzo della sua famiglia, il fratellino Didi, una perdita che aveva annientato tutte le speranze di questa ragazza il cui nome era ancora Malika. Ma ecco che Malika, in uno di quei treni per la morte, trova la possibilità di rinascere indossando i vestiti di una ragazza come lei, che però aveva perso la vita: «Se vuoi sopravvivere al prossimo passaggio delle consegne, ti chiami Miriam Goldberg. Malika inspirò di scatto. La decisione era scontata.» è così che Malika inizia a vivere una vita che non è la sua, una vita basata su una bugia tenuta nascosta per una settantina d’anni.

Io non sono Miriam non è, infatti, solo un romanzo sull’Olocausto, non è solo un romanzo per non dimenticare, non è solo un romanzo che racconta della popolazione rom nei campi di concentramento. Non è solo una stella gialla, le camere a gas, il dottor Mengele, la perdita delle persone care e della propria dignità di uomini e donne.

Io non sono Miriam è un romanzo sulla verità e sul controllo della propria coscienza. È un romanzo sulla difficoltà di vivere una vita intera basata su una bugia solo per poter sopravvivere, sulla difficoltà di controllare ogni gesto, ogni parola detta e non detta, sul continuo sospetto verso l’altro e il suo passato, un passato che non deve esistere ma che brucia sotto un tatuaggio fatto di numeri e lettere.

Io non mi chiamo Miriam è un libro che si pone domande, le domande che riempiono la mente dei sopravvissuti, è un libro che si chiede cosa possa essere il futuro dopo averlo visto bruciare, è un libro che si chiede cosa sia la libertà dopo aver vissuto circondati da filo spinato, è un libro che, attraverso la figura di Camilla, anche oggi e non solo oggi ci serve per ricordare.

Camilla fa una risatina. Stancante è la parola giusta. Poi dentro di lei si scatena il panico. Di colpo le si spalanca davanti un baratro facendole intuire, sentire, capire e comprendere che tutto questo è successo per davvero, sul serio, nella realtà. Il nazismo. Auschwitz. Ravensbrück. Sua nonna ha addirittura conosciuto il dottor Mengele, quello a cui Camilla ha sempre pensato come una specie di personaggio delle fiabe, un morto vivente di un racconto dell’orrore, un mostro in uniforme nera che girava per Auschwitz mettendo a morte altri al posto suo. Invece è esistito. Sua nonna l’ha visto di persona, ha sentito la sua voce.

 


IO NON MI CHIAMO MIRIAM
Majgull Axlesson
Traduzione di Laura Cangemi
Postfazione di Björn Larsson
Iperborea
19,50 euro

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