IL GIUNCO MORMORANTE di Nina Barberova

giunco-mormorante-berberova“Dicembre –La cosa peggiore è la verginità. Qualcosa di mostruoso, che suscita disgusto, ripugnanza, ribrezzo. Non aprirsi mai a nessuno è assolutamente contro natura”.

Così un frammento da Il quaderno nero, il ‘diario’ di Nina Berberova, un frammento di grande lucidità e forza, direi quasi resistenziale. Con poche e chiarissime parole riesce a evocare un mondo dandone allo stesso tempo un’interpretazione e una via di soluzione possibile.

Il quaderno nero è un libro bello e particolare che sto leggendo e rileggendo a tratti, senza seguire un qualsivoglia filo logico. Lo apro, salto
qua e là e poi mi fermo su poche pagine e lo richiudo. Ho preso questo libro per un motivo preciso, dopo aver letto Il giunco mormorante ho sentito la necessità, la voglia di capire di più, cercare di capire meglio Nina Berberova.

Il giunco mormorante è un breve romanzo che ha una qualità rara: continua ad agire. Lo si legge rapidamente godendo di una scrittura agile e asciutta, fatta di cose semplici, quotidiane, ma anche quando si arriva in fondo e non c’è più nulla da leggere, il libro rimane lì e lavora.

Il titolo del libro riprende i versi della poesia posta in esergo, Est in arundineis mudulatio musica ripis, del poeta russo Fëdor Tjutčev.

La storia è divisa in tre momenti che corrispondono a tre luoghi, tre città: Parigi, Stoccolma e Venezia. La Barberova in settanta pagine mette in scena le vicende di due amanti che a Parigi, alle sogl
ie della seconda guerra mondiale, “era il 2 settembre 1939”, si separano. Lei, russa in ‘esilio’ a Parigi, lui, Ejnar, che sceglie di tornare a casa, nella sua (neutrale) Svezia, a Stoccolma, dove anni dopo i due amanti si ritroveranno in un incontro agevolato tanto dal caso quanto cercato e voluto da lei. La protagonista riesce sì a incontrare Ejnar, ma molte cose sono cambiate. Troppe.

È una storia d’amore? anche, ma c’è molto di più, direi anzi che l’amore nella sua centralità, è marginale.

Il libro è scritto in prima persona, è la protagonista a parlare, a raccontare questo rapporto che cambia col tempo presentandosi ogni volta diverso a seconda dello scenario, dello sfondo. Prima Parigi, città della passione, poi la fredda Stoccolma e per finire Venezia, luogo del disincanto e di definitiva riappropriazione di sé, della propria individualità. Con l’incipit Nina Berberova apre alla speranza ma senza buonismi o vacue illusioni, preferisce un ‘forse’: “Nella vita di ognuno esistono momenti – quando la porta sbattuta all’improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco ‘no’ sembrava irrevocabile si muta in ‘forse’ -, momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci riempiamo di speranza come di nuovo sangue”.

Forse, è una storia d’amore, perché il centro è altrove, le vicende della coppia sono un pretesto gestito così bene dalla Berberova che a tratti le vicende di questa coppia scompaiono per poi riapparire al momento giusto, cioè quando serve all’autrice per rendere la narrazione perfettamente coesa e funzionale al suo scopo primario: l’enunciazione della formula che sta al centro teorico del libro: “ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. […] l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero”.

La libertà, l’essere interamente padroni di noi stessi per almeno un frammento di tempo. Libertà e mistero, perché in questo spazio “possono accadere cose strane”. Può succedere anche che questa ‘seconda vita’ questa specie di vita parallela cresca, si espanda a dismisura mettendo in ombra la prima, come quando si è “a quello stadio dell’amore in cui non si riesce a pensare a nient’altro”. Ma alla fine, devono sempre rimanere ben chiari il limite e l’intangibilità della nostra personale no man’s land.

È un libro senza una parola di troppo, la Berberova con pochi tratti di penna, ci offre le tracce di un’esistenza che ritrova la sua essenza. L’incipit è molto ben riuscito, poche righe e siamo catturati, ed efficace è anche l’explicit, che fa scivolare l’ultima pagina tra la dolcezza e il rimpianto.

E adesso torno a leggere il Quaderno nero: “Dicembre –Ora mi rendo conto che la cosa più terribile che mi possa accadere è che mi prosciughi. Che i miei occhi, la mia bocca e il mio cervello si prosciughino. Non avere più linfa eppure continuare a vivere e vivere, forse per quarant’anni. Vivere senza linfa è il peggio che possa capitare a una persona che avvertiva in sé la linfa e la amava (ne conosceva il valore); e di questa sua linfa viveva”.

Di dove, come è nata la discordia?


Perché nel coro universale l’anima

Non canta come il mare, e il giunco

pensante mormora, protesta?

[da Est in arundineis mudulatio musica ripis di Fëdor Tjutčev, 1865]

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“Tratto peculiare di Venezia: scomparire in un attimo, non correre dietro al treno, non agitare a destra e a sinistra il capo in cenno di saluto come fanno le altre città quando le lasci –svanire in un solo istante, come se non esistesse, come se non fosse mai esistita”.

 

 

IL GIUNCO MORMORANTE

Nina Berberova

Traduzione di Donatella Sant’Elia

Adelphi

pp. 79

One thought on “IL GIUNCO MORMORANTE di Nina Barberova

  1. Essendomi laureata a Ca’ Foscari ho preso spesso il treno a Venezia. Per ingannare l’attesa entravo nella chiesa degli Scalzi e guardando le colonne tortili avevo l’impressione che lì dentro il tempo scorresse in un altro modo: non filava via come un treno ma si avvitava attorno alle colonne come un serpente che si avvita eternamente nelle proprie spire. Uscendo da lì per correre a prendere il treno avevo l’impressione che da Venezia non me ne sarei mai andata veramente…

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