IL GIARDINO SEGRETO di Frances Hodgson Burnett

“Quando hai un giardino, hai un futuro e se hai un futuro, sei vivo”, scriveva Frances Hodgson Burnett, autrice di uno dei più iconici romanzi in lingua inglese: Il giardino segreto.

L’immagine di un giardino appartato come posto sicuro, rifugio per il corpo e per la mente è molto contemporanea e mi ha motivata a rileggere il libro nella nuova traduzione di Giancarlo Carlotti per l’Universale Economica Feltrinelli/Classici.

Ho scelto l’edizione completata dal racconto inedito Il mio pettirosso che ha come protagonista proprio quell’uccellino simbolo stesso del luogo in cui vive. Burnett ricorda, tra le tante ricevute, la lettera di una lettrice che le chiede se avesse posseduto davvero il famoso pettirosso, vista la descrizione così plausibile presente nel romanzo. La scrittrice risponde raccontandole la breve storia dell’intima amicizia con Tweetie, alato abitante di un roseto nel Kent. Le rose, l’albero sotto il quale sedeva a scrivere, il giardino in parte recintato da mura in mattoni rossi e la villa stessa in cui viveva oltre, naturalmente, all’uccellino saranno di ispirazione per Il giardino segreto.

Mi voleva bene. Il sommesso canto che vibrava nella piccola gola scarlatta e pulsante era mio. Cantava solo per me, e non avrebbe mai cantato quella canzone in presenza di altri. Quando eravamo soli, con soltanto le rose e le api e il sole e il silenzio attorno a noi, e lui dondolava su un ramoscello abbastanza vicino a me e io gli parlavo sussurrando, allora mi rispondeva, appena mi interrompevo, con quei piccoli trilli “lontani”, i più dolci, i più meravigliosi suoni al mondo.

Frances Hodgson Burnett fu una donna versatile e determinata nello scegliere la scrittura come lavoro (scrisse un totale di cinquantadue libri e tredici opere teatrali), scelta che la rese ricca e indipendente. Le foto dell’epoca sembrano conformarne l’aspetto a quello delle altre gentildonne vittoriane ma non possono nascondere il suo sguardo diretto e un accenno di sorriso ironico, da “New Woman” com’è stata definita, non per farle un complimento ma per sottolineare il suo essere anticonvenzionale. Nonostante tutto, ebbe una vita fragile, accompagnata spesso da solitudine, depressione, dolore che la portarono, finalmente, a cercare ristoro nel giardino terapeutico del Kent.

Quella di “giardino terapeutico” è una definizione moderna che rimarca l’effetto del verde sul benessere degli esseri viventi in termini di riduzione dell’ansia, dello stress, del dolore e di miglioramento della qualità della vita. Burnett credeva non solo nella forza del pensiero positivo, ma aveva sperimentato di persona il potere della natura riparatrice e ne scrisse nel suo romanzo, rendendo protagonisti un giardino nascosto e un pettirosso.

Una gradevole folata di vento spazzò il sentiero, più forte delle altre, abbastanza forte da scuotere i rami degli alberi, e anche i lunghi ramoscelli di edera mai potata che penzolavano dal muro. Mary era ormai arrivata dal pettirosso quando una nuova folata improvvisa smosse alcuni rametti. Si precipitò ad afferrarli. Aveva visto qualcosa lì sotto, una maniglia che fino a un istante prima era completamente nascosta sotto le foglie. Era la maniglia di una porta.

La prima figura che incontriamo è proprio Mary Lennox, “l’animaletto più egoista e tiranno che si fosse mai visto al mondo”, una bambina indesiderata dai genitori che l’hanno affidata ad una tata indiana, lasciandola crescere sola e stentata come una pianta selvatica. Una volta rimasta orfana, Mary è costretta a trasferirsi dall’India in Inghilterra, nella tenuta di proprietà dello zio, un altro adulto assente e sopraffatto dal dolore per la morte della giovane moglie. Il vento fresco della brughiera, il giardinaggio e, soprattutto, la consapevolezza di essere accettata e amata dai nuovi amici come Dickon, l’incantatore di animali, e di poterli ricambiare, aprono il cuore e la mente della bambina, trasformandola in una persona nuova, più bella anche esteriormente. Solo dopo il cambiamento Mary potrà aiutare il cugino Colin, anch’egli abbandonato e sofferente, iniziandolo alla magia guaritrice del giardino segreto.

Oh, le cose che non successero in quel giardino! Se non ne avete mai avuto uno non potete capire, ma se lo avete sapete già che ci vorrebbe un libro intero per scrivere tutto quello che vi accade.

Trovo le parole di Frances Hodgson Burnett così adatte a lenire questo comune momento di solitudine e impotenza dovuti alla pandemia perché ci suggeriscono di affidarci alla natura, di guardarla, di coltivare la nostra mente come se fosse un giardino.

Una delle novità che la gente ha cominciato a scoprire nel secolo scorso (“Il giardino segreto” è stato pubblicato nel 1911) è che il pensiero, il semplice pensiero, è potente quanto una pila elettrica, benefico come la luce del sole o pericoloso come il veleno. Lasciare che ti entri nella testa un pensiero triste o negativo è pericoloso quanto lasciare che il germe della scarlattina ti entri nel sangue. Se lo lasci nelle vene dopo che è entrato forse non riuscirai più a liberartene finché campi.

Per concludere, mi hanno molto divertita dalle scelte fatte dal curatore nella traduzione del dialetto dello Yorkshire, usato dalla maggior parte dei personaggi: tra un “vabbè” e un “che frescaccia”, ho immaginato la cameriera Martha non solo tra i colli dello Yorkshire ma anche tra quelli romani. Un’ultima curiosità riguarda gli animali selvatici che popolavano la brughiera: tra i tanti, ho trovato elencate anche le nutrie, comuni oggi ma non nell’Inghilterra dell’epoca perché importate per la pelliccia tra il 1920 e il 1930. Nell’edizione in lingua, si trova il termine “water-rats”, probabilmente si trattava di arvicole acquatiche europee o ratti d’acqua, una precisazione dettata da deformazione professionale.

 

IL GIARDINO SEGRETO
Frances Hodgson Burnett
Trad. Giancarlo Carlotti
Feltrinelli (Universale Economica Classici)
pagg. 288
9.50 euro

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