AUTOBIOGRAFIA DI UNA FEMMINISTA DISTRATTA di Laura Lepetit

autobiografia-di-una-femminista-distratta-laura-lepetit-nottetempoLaura Lepetit ci consegna un’autobiografia quasi involontaria, tutta fatta di cose piccole anche quando non lo sono. Passa da un argomento all’altro con una leggerezza curiosa, salta qua e là, da fatti minimi di tutti i giorni a incontri memorabili, che però, in questo mare parentetico, sembrano diventare anche loro, semplice vivere quotidiano.

Se i libri, la casa editrice La Tartaruga, da lei fondata nel 1975,  le scrittrici (perché La Tartaruga nasce come casa editrice femminista), sono lo sfondo su cui si muove questo libro dalla struttura esile, ci sono almeno altre due dimensioni rilevanti che accompagnano il lettore: il femminismo e la vecchiaia. A questi due aspetti, o forse come loro complemento/controfigura, ci sono la gatta dell’autrice assieme alla campagna.

Per Lepetit il femminismo sembra stare quasi al pari di un nuovo venire al mondo, e questa ri-nascita per lei coincide segnatamente con l’incontro con Carla Lonzi e il gruppo di Rivolta Femminile. Ma più che essere una femminista distratta, l’autrice sembra essere una donna autonoma e caparbia, a tratti critica, se non addirittura eretica, al punto da essere capace di uno strappo forte che la allontanerà da Rivolta Femminile e dalla fondatrice del gruppo, Carla Lonzi, lasciando una cicatrice profonda. Proprio la nascita della casa editrice è la causa di questo strappo mai ricucito.

Lepetit ha il passo leggero, ma ci accompagna con decisione, da Simone de Beauvoir, che però non fa per lei, “non è mai riuscita a convincermi. Non capivo cosa avesse in comune con me, non capivo cosa fosse questo secondo sesso”, a Gertrude Stein, “l’autrice che amo di più in modo assoluto”, passando per Doris Lessing, Nadine Gordimer e Alice Munro, futuri Nobel pubblicati da La Tartaruga, alla nipote di Virginia Woolf, Angelica Garnett, che le assomigliava talmente alla zia da far escalamare: “Era Virginia! Tale e quale alle foto che ci rimangono di lei, il corpo magro, lungo e un po’ curvo, i lineamenti del volto così belli, di una bellezza sottile e unica”, e i libri di Virginia Woolf, l’aver acquistato i diritti per Le tre ghinee, “Questo testo, dimenticato dalla critica ufficiale e considerato dai contemporanei di Virginia eccessivo e quasi isterico, aveva giustamente inaugurato i cataloghi di quasi tutte le case editrici femministe in Francia, Germania e così via”. E la lista potrebbe allungarsi di molto.

E poi ci sono momenti, che hanno il sapore dell’intimità, come quando ci descrive Cesare Garboli che alla fine di un pranzo in un ristorante in riva al mare, compie un gesto inatteso:

Cesare fece un bel cartoccio con gli avanzi dello squisito pesce che avevamo mangiato e se lo ficcò in tasca. Tornati a casa fummo circondati da cinque o sei gatti di tutte le taglie e colori che erano arrivati festanti e di corsa. Si buttarono felici sul contenuto del cartoccio che sparì in pochi secondi.

Io ero molto ammirata dalla disinvoltura con cui il mio ospite aveva fatto qualcosa che io non avrei mai osato fare in un ristorante così distinto. In effetti del grande letterato, fine scrittore, critico ineguagliabile e seduttore convinto, conservo affettuosamente questo piacevole ricordo.

Come dicevo prima, episodi piccoli che anche quando hanno al centro soggetti tutt’altro che banali si stemperano con una grazia particolare. Bastano poche righe per evocare una situazione e farne sentire l’odore e il clima, poche righe per farci sentire lì in casa editrice e vedere Goffredo Fofi:

Sembrava san Francesco, mi pare di ricordare che portasse spesso i sandali e un bastone perché zoppicava leggermente. Aveva un sorriso molto dolce e gli occhi ardenti e comprensivi. […] Ogni tanto lasciava cadere frasi come: ‘Dovresti ristampare Flush della Woolf’, ‘Devi fare La mia Antonia di Willa Cather’, e io drizzavo le orecchie e prendevo nota perché aveva sempre ragione.

E lo stesso quando racconta di chi ha collaborato con lei a vario titolo: amici uomini ma soprattutto amiche, traduttrici, studiose, si percepisce sempre una salda umanità fatta di stima.

Un altro aspetto che è presente in modo ricorrente, è la perplessità verso la psicanalisi. Lepetit in questo caso non dà troppe spiegazioni. Parlando di Rosaria Guacci, sua collaboratrice in casa editrice, dice: “Una cosa ci divideva, me e Rosaria: la psicanalisi. Io diffidente e maldisposta, la consideravo un’inutile perdita di tempo e di denaro, visto che lei era ambiziosa, allegra e provinciale quanto bastava”. E poco dopo aggiunge: “Così la psicanalisi, oltre ai vestiti, ai gioielli e al trucco, divenne un accessorio indispensabile della mia solerte collaboratrice”. In altre pagine non dice molto più di questo, ma quello che dice qui è chiarissimo.

Lepetit trova il tempo anche di affrontare una questione tanto oziosa quanto presente nelle discussioni che riguardano libri scritti da donne, ovvero: se esiste la scrittura femminile, e anche in questo caso la sua posizione è inequivocabile:

Intanto è una domanda che non dovrebbe neppure esser fatta, ma tant’è appare.

La più bella risposta che io abbia mai trovato, in caso se ne cercasse una, è quella che ha dato Marguerite Duras nell’intervista che le ha fatto Leopoldina della Torre nel libro ‘La passione sospesa’.

Suona così: C’è un rapporto intimo e naturale che da sempre lega la donna al silenzio, quindi, alla conoscenza e all’ascolto di sé. Questo porta la sua scrittura a quella autenticità che invece manca allo scrivere maschile, la cui struttura rimanda troppo a saperi ideologici, teorici.

Ecco è detto tutto, spiega anche la noia di molti romanzi di autori contemporanei che non finiscono mai di arrampicarsi sugli specchi, mentre un qualsiasi scritto femminile porta con sé un retaggio, grande o piccolo, di autenticità.

Questo è un libro di poco più di cento pagine che però per quante cose ha dentro potrebbe essere molto più lungo, eppure questa concentrazione mentre leggiamo non la si avverte.

In questa strana autobiografia c’è molto di più del racconto di una avventura editoriale. A un certo punto l’autrice ricorda uno dei primi libri pubblicato dalla Tartaruga, Una vita tutta per sé di Joanna Field, e leggendo quelle due righe e mezza in cui lo ricorda, mi è sembrato di ritrovare la migliore descrizione del libro che avevo in mano: “È una ricerca fatta di nulla, sembra, pagine di diario, sensazioni, piccoli avvenimenti quotidiani, che però insegna a vivere meglio”. Una ricerca fatta di nulla, proprio come le pagine di Laura Lepetit.

Mi aspettavo un racconto fatto di aneddoti e storie incentrate sui libri pubblicati e sulle scrittrici incontrate dall’autrice, invece mi sono trovato davanti a un testo che ne viene attraversato solo in modo obliquo. Se da un lato ci offre una quantità di fatti e notizie considerevole, lo fa in modo tale, che questo aspetto non viene sentito come dominante. Forse perché il fare libri non è mai stato un fine per questa signora dell’editoria, ma è stato un mezzo, non una impresa professionale, ma un mestiere incontrato un po’ per caso e portato avanti a forza di fiuto e passione, la stessa passione che leggiamo in tutte le pagine e in tutti gli aspetti della sua vita.

Davanti ai libri mi sento come un cane da tartufi. Li cerco col naso, ne sento l’odore, capto i segnali che mandano e batto il terreno con il muso tra i cespugli. Succedeva quando mi occupavo della casa editrice e succede anche adesso in casa. Quando mi chiedono in che ordine tengo i libri, rispondo perplessa nessuno. Infatti se cerco un libro comincio a sniffare tra gli scaffali e dopo un po’ quasi sempre trovo quello che cerco. Se mi metto a cercare in modo sistematico, non trovo un bel niente. Ogni tanto scopro di aver pubblicato dei libri di cui nemmeno avevo capito un gran che ma che al fiuto mi sembravano giusti e difatti è stato così. Un vero editore è dotato di questa capacità olfattiva, se pubblica per ragionamento o per calcolo non è bravo e ci se ne accorge.

Sono arrogante? Me lo dicevano spesso gli uomini quando ero giovane e desiderabile.

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Autobiografia di una femminista distratta
di Laura Lepetit
Nottetempo (collana Cronache)
2016
pp. 125
euro 12,00
Disponibile anche in eBook

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