NEL PROFONDO di Daisy Johnson

I luoghi dove siamo nati ritornano. Si travestono da emicranie, mal di stomaco, insonnia […]. Ci sono cresciuti dentro, sono il nostro midollo. Se ci rovesciassero come un guanto, troverebbero delle mappe incise dietro la pelle. Servono proprio a ritrovare la strada di casa. Solo che dietro la mia pelle non ci sono canali, binari ferroviari e una barca, ma sempre e solo tu.

Gretel è una donna dal nome di fiaba, la cui vita stessa ha tinte fiabesche. Ma di quelle di tradizione grimmiana: cupe, inquietanti, dove tutto è avvolto da un persistente senso di paura che permea tutte le cose. Cresciuta su un battello sul fiume, allevata dall’eclettica madre che la abbandona  adolescente, la Gretel adulta deve fare i conti con  la mancanza ingombrante della figura materna, che ingombrante lo è stata sempre, e con l’incapacità di vedere chiaramente tutti i tasselli del suo passato, offuscati dal tempo come fossero sporcati dall’acqua fangosa dei canali nei quali è cresciuta.

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IL TRENO DEI BAMBINI di Viola Ardone

Se è vero che i libri possono curare di disagi dell’animo, il romanzo di Viola Ardone è capace di donare un po’ di serenità e di calore in tempi non sempre rosei. La penna della scrittrice ci accompagna nell’Italia del secondo dopoguerra, nei rioni napoletani poveri di beni e di cultura ma ricchi di voci e di vita. In queste vie e in queste piazze cresce il piccolo Amerigo, che racconta con ingenuità e con una maniera sgrammaticata che scalda il cuore la quotidianità della sua famiglia, composta solo da sé stesso e dalla giovane e granitica madre, le terribili donne del quartiere, i giochi con gli amici e la mancanza di prospettive alla quale è destinato. È per i bambini come lui che l’Unione delle Donne Italiane del PCI ha pensato ai “treni della felicità”, che portarono migliaia di giovani del Sud nelle famiglie borghesi del Settentrione. Amerigo si ritrova così imbarcato su un treno pieno di bambini, come loro eccitato ma intimorito al tempo stesso, ferito dal distacco dalla madre e dalla sua terra e spaventato dalle malelingue che accusavano i comunisti di indirizzare i treni verso la gelida e terribile Russia sovietica. A Bologna non trovano case di ghiaccio e famelici uomini affamati di bambini, ma famiglie emiliane disponibili ad accoglierli per periodi più o meno lunghi.

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