APPUNTI PER UN NAUFRAGIO di DAVIDE ENIA

Recentemente pubblicato dall’editore Sellerio, Appunti per un naufragio è l’ultimo libro di Davide Enia. L’ho divorato in due giorni, ma nel divorarlo il mio cuore diventava ogni pagina sempre più pesante. A volte dovevo fermare la lettura, sfogliare il libro, chiuderlo e poi riprenderlo. Dovevo darmi il tempo per elaborare tutto ciò che ogni singola pagina conteneva.

Appunti per un naufragio è un insieme di voci a cui l’autore ha dato ascolto in prima persona per raccontare la disumana tragedia degli sbarchi a Lampedusa. Dà voce a testimoni, volontari, personale medico, uomini della Guardia Costiera, a Paola e Melo che ospitano Enia ogni volta che torna sull’isola. Nell’intreccio con tutte queste voci che testimoniano il dolore collettivo, viene inserito qualcosa di intimo, personale, e forse più difficile da affrontare.

Appunti per un naufragio è, infatti, anche un lungo confronto con il padre, un medico cardiologo da poco in pensione. I dialoghi tra i due sono sempre avvolti da lunghi silenzi, i gesti sembrano essere titubanti ma nonostante ciò, il padre accetta di accompagnare il figlio in uno dei suoi viaggi a Lampedusa. È in questi momenti trascorsi assieme, l’autore scrivendo e il padre fotografando, che viene affrontato un altro importante filo della storia, la malattia dello zio Beppe, fratello del padre, definito dall’autore la stella più luminosa nella costellazione della sua esistenza perché «le stelle questo fanno: superano il tempo per indicare la rotta.»

Il naufragio raccontato in questo libro non è solo quello vissuto dagli innumerevoli migranti, ma è anche quello vissuto dall’autore, dal padre e dallo zio Beppe, che riescono a raggiungere, ognuno a suo modo, il loro intimo e personale approdo.

Nello sfondo c’è sempre Lampedusa. «Lampedusa, da lepas, lo scoglio che scortica, eroso dalla furia degli elementi,che resiste e conferma una presenza, anche solitaria, nella smisurata vastità del mare aperto. Oppure, Lampedusa da lampas, la fiaccola che risplende nel buio, luce che sconfigge lo scuro.

“Che dici, lo aggiungo al romanzo, zio?”

“Sì, mettilo alla fine, è bello concludere con la luce e con la resistenza.”»

Lampedusa è lo sfondo di una tragedia a cui ancora non si è riuscito a trovare delle risposte certe: la tragedia del 3 ottobre 2013. L’autore sceglie di lasciare sullo sfondo questo tragico avvenimento e ne parla direttamente solo nella terza parte del romanzo, perché il suo intento, a mio parere, non è quello di trovare le risposte a questa tragedia, ma a tutti gli sbarchi, ai  morti ed ai superstiti che giungono a Lampedusa.

«Nascerà una epica di Lampedusa. Sono centinaia di migliaia le persone transitate dall’isola. A oggi, manca ancora un tassello nel mosaico di questo presente, ed è proprio la storia di chi migra. Le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità. Possiamo nominare la frontiera, il momento dell’incontro, mostrare i corpi dei vivi e dei morti nei documentari. Le nostre parole possono raccontare di mari che curano e di mani che innalzano fili spinati. Ma la storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla, coloro che sono partiti e, pagando un prezzo inimmaginabile, sono approdati in questi lidi. Ci vorranno anni. È solo una questione di tempo, ma saranno loro a spiegarci gli itinerari e i desideri, a dirci i nomi delle persone trucidate nel deserto dai trafficanti d’uomini e la quantità di stupri che può subire una ragazza in ventiquattro ore. Saranno loro a spiegarci l’esatto prezzo di una vita in quelle latitudini in Libia e delle botte prese a ogni ora del giorno e della notte, della visione improvvisa del mare dopo giorni di marcia forzata e del silenzio che si impone quando s’alza lo scirocco  e si è in cinquecento in un peschereccio di venti metri che sta imbarcando acqua da ore. Saranno loro a usare le parole esatte per descrivere cosa significa approdare sulla terraferma, dopo essere scappati dalla guerra e dalla miseria, inseguendo il sogno di una vita migliore. E saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi.»

Se un giorno saranno i migranti a raccontare sinceramente la loro visione dei fatti, i loro sentimenti e la loro speranza, in queste pagine Enia mette a nudo le conseguenze emotive di tutti coloro che si sono trovati in prima persona ad affrontare ciò che il Mar Mediterraneo porta nella loro terra. L’autore incontra un sommozzatore, un uomo enorme da sembrare inscalfibile, ma che nasconde nel profondo delle ferite dovute a scelte laceranti; Gabriella, una giovane dottoressa con una tragedia più grande di lei da lasciarsi alle spalle: la sua prima esperienza di morte è stata affrontata per sottrazione, non per presenza. La motovedetta in cui lavorava era riuscita a recuperare cinquantanove uomini, arrivarono a riva in ventinove, la metà. “Ogni giorno è una perdita”.

Parla con il comandante della Guardia Costiera e della Capitaneria di porto, incontra anche Vittorio, non un semplice custode del cimitero, ma colui che si occupa del seppellimento di quei morti che, indipendente dalla loro religione, hanno diritto ad una sepoltura all’ombra di una croce. Dialoga intere notti con Paola e Melo, i quali non nascondono che il loro primo sentimento nei confronti dei migranti è stato, ma solo per qualche secondo, la paura, per dare poi spazio all’accoglienza perché – sostengono – tutto ciò che viene dal mare è sacro, non ci sono colori, etnie o religioni, la legge del mare è di salvare.

Come Paola e Melo, gli abitanti dell’isola si sono messi in gioco, hanno aperto le loro braccia a ciò che il Mediterraneo da anni porta alle sue coste, hanno accantonato pregiudizi, timori, problemi e hanno accolto, hanno salvato, hanno donato i loro spazi, hanno investito la loro forza e i loro sentimenti, tanto da esserne sopraffatti, forse stanchi ma mai arrendevoli. Hanno visto la morte con i loro occhi mentre allungavano le loro braccia da un peschereccio per far riemergere il più possibile delle persone. Così hanno fatto “Daviduzzo” e suo padre, hanno cercato la loro comunione, mentre la ricercavano anche con lo zio Bruno.

In questa ricerca, fatta di parole e gesti, il vero silenzio è quello che vive il lettore chiudendo l’ultima pagina, mentre un macigno sul cuore fa nascere infinite riflessioni a cui forse, solo il tempo e la storia, darà le risposte.

 


APPUNTI PER UN NAUFRAGIO
Davide Enia
Sellerio
Pagine 216

I FANTASMI DELL’IMPERO di Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella

Raramente mi sono imbattuto in un romanzo giallo storico dal respiro così ampio e così accuratamente costruito, appena l’ho terminato mi è venuta in mente la definizione: “kolossal”.
L’ambientazione è l’Etiopia del 1937, occupata dagli italiani. Gli autori sono tre: Marco Consentino, esperto di relazioni istituzionali, Domenico Dodaro, business lawyer, e Luigi Panella, avvocato penalista. L’idea, come si legge nelle note finali, nasce da una serie di documenti rinvenuti negli archivi di Stato da Luigi Panella e in questo romanzo, si scopre alla fine, c’è molta realtà e qualche invenzione letteraria.

«Bene, parola alla difesa. Chiedigli cosa ha da dire, se no di’ qualcosa tu».
Lo zaptié tradusse rivolto verso il vecchio, il quale gli rispose tranquillamente, parlando a lungo.
Lo zaptié esitò.
«Dai, forza! Tra un po’ viene a piovere! Che dice?».
«Dice che fucile è suo. Ha preso fucile a soldato italiano a battaglia Abba Garima, quando ragazzo. Era con fratello grande, con esercito grande imperatore Menelik. Italiano ha ucciso con fucile suo fratello e lui ha ucciso italiano con pietra in faccia. Preso fucile. Dice che ora suo tempo venuto, vecchio non teme morte. Va da fratello ad Abba Garima».
«Va bene, va bene. Basta così, ho capito».
Avevano capito tutti. Prese il foglietto che conservava ripiegato nell’ultima pagina del registro delle sentenze e lesse: «Allora, il giudice dichiara l’imputato colpevole e lo condanna alla pena di morte per impiccagione. Diglielo. A voce alta».

In seguito all’attentato avvenuto ad Addis Abeba nel febbraio del 1937 ai danni di Rodolfo Graziani, al tempo Viceré d’Etiopia, e alla successiva ritorsione sanguinaria da parte degli occupanti, l’Impero Italiano si trova a dover affrontare la resistenza dei partigiani etiopi, soprattutto nella regione del Goggiam.

Un magistrato militare integerrimo, Vincenzo Bernardi, viene incaricato di scovare e interrogare Gioacchino Corvo, un ufficiale a capo di una banda irregolare accusato di crimini di guerra contro la popolazione locale e per farlo deve raggiungere il Goggiam, la regione devastata dalla guerriglia. Lo affiancheranno in questa spedizione, oltre a un manipolo di soldati scelti, il sottotenente Vittorio Valeri, fotografo e autista e lo sciumbasci Welè Ghida. Bernardi e i suoi aiutanti si immergeranno nel “cuore di tenebra” di un colonialismo che, a dispetto degli edificanti cinegiornali d’epoca, dimostrerà tutta la sua sanguinosa brutalità, fatta di uso di gas, violenze insensate sulla popolazione ed esecuzioni sommarie.

Il villaggio era composto da una ventina di tucul, tutti bruciati. Non c’era un capo di bestiame. A terra, sembravano fagotti insanguinati, vecchi donne e bambini. Morti ovunque. Nessun uomo adulto. Avevano risparmiato le munizioni: una vecchia sgozzata a colpi di baionetta; un bambino abbracciato a un vecchio scheletrico, entrambi con il cranio sfondato; due ragazze sventrate, nude, con le interiora sparse a terra. Bernardi camminava tra il fumo e i cadaveri, apparentemente impassibile. I tuoni sempre più frequenti e le nuvole nere che si avvicinavano. Una scena spettrale.

La scrittura appare affascinante nella sua perfetta semplicità, a volte sarcastica, sempre sincera in tutti i frangenti. E parte integrante della narrazione sono i marconigrammi che scandiscono con precisa efficacia l’evolversi della vicenda

LEGIONE TERRITORIALE DEI CARABINIERI REALI DELL’ERITREA – TENENZA DI BAHAR DAR, N. 1/19 DI PROT. R.P.
OGGETTO: RELAZIONE RISERVATISSIMA SUGLI AVVENIMENTI CONCERNENTI LA RIVOLTA NEL TERRITORIO DELLE RESIDENZE DELLA GIURISDIZIONE DELLA TENENZA. AL COMANDO DEL GRUPPO DI DESSIÈ. […] TRA I TANTI ADDEBITI MOSSI AL RESIDENTE CAPITANO CORVO QUELLO DI ESSERSI FATTO SEGUIRE DAI MESLENIÉ PIÙ ODIATI DALLA POPOLAZIONE PER LA LORO RAPACITÀ ED OSEREI DIRE FEROCIA. CAPI INVERO FEDELI ESECUTORI DEGLI ORDINI DEL CAPITANO CORVO, MA NON TANTO PER AMORE DI RICOMPENSA, QUANTO PER TIMORE DI ESSERE IMPICCATI. TRA I CAPI IL PIÙ ODIATO IL CAGNASMAC NEGATÙ SEITÙ, UOMO DI MOLTA INTELLIGENZA, CAPO DEL SERVIZIO INFORMATIVO DELLA RESIDENZA, CONSIGLIERE E CONFIDENTE PERSONALE DEL CAPITANO, FUNZIONANTE DA PUBBLICO MINISTERO PRESSO IL TRIBUNALE DELLA RESIDENZA, SEMPRE IL PRIMO A CHIEDERE LA PENA DI MORTE SECONDO LE DIRETTIVE DEL CAPITANO CORVO, MORTALMENTE AVVERSATO DALLA POPOLAZIONE PERCHÉ PRIVO DI SENSO MORALE. […] FIRMATO: IL S.TENENTE COMANDANTE DELLA TENENZA, FOSCHI GIUSEPPE.

Mirabili sono i dettagli di vita vissuta che fanno piombare il lettore direttamente in quella realtà anche se distante un’ottantina d’anni.
Ne consiglio caldamente la lettura, per chi ha voglia di scoprire una realtà storica di cui si sa ancora poco, di divorare una storia mozzafiato, di capire che certe dinamiche mondiali attuali sono solo tristi ripetizioni di vicende storiche passate.

 

I fantasmi dell’Impero
M. Cosentino, D. Dodaro, L. Panella
Sellerio – Collana La memoria
2017
Pagine 552

DI RABBIA E DI VENTO di Alessandro Robecchi

dirabbiaediventoIn sintesi: brillante, affilato, impietoso.

Milano. Una escort uccisa malamente, un tesoro “nascosto”, un passato che ritorna senza troppi complimenti. Poi, tre uomini – personaggi già conosciuti e amati nei precedenti romanzi di Robecchi – che cercano di capire la ragione di una morte troppo vicina e pure troppo lontana: Tarcisio Ghezzi, detective sui generis con moglie quasi fantozziana al seguito; Oscar Falcone, spalla fuori dagli schemi, e Carlo Monterossi, creatore di mielosi format televisivi dove Flora De Pisis, stravagante conduttrice, la fa da padrona. Sul fondo appunto, Milano, spazzata da un vento insolito, e la musica di Bob Dylan a far da colonna sonora.

Odetta sings Dylan, ecco, perfetto. E così insieme al profumo del pollo si diffonde quel blues calmo che trattiene il furore, che ti si appiccica addosso come la pece e le piume durante i linciaggi nel West.
Odetta Holmes, maestosa trentacinquenne nel 1965, combattente dei diritti civili, attivista, orgoglio nero, i capelli alla Angela Davis, chitarra appena pizzicata alla Joan Baez, canta le parole di quel ragazzo bianco come se fosse sempre notte e sempre Harlem.
I got a heavy-headed gal
I got a heavy-headed gal
I got a heavy-headed gal
She ain’t feelin’ well
When she’s better only time will tell.

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Penna a penna. Intervista con l’autore: Andrea Molesini

AndreaMolesiniQuando ha cominciato a scrivere? Era sicuro di voler diventare uno scrittore?
Intorno ai vent’anni. Volevo essere poeta, solo poeta.

Che cosa scriveva all’inizio? È stato incoraggiato da qualcuno e se sì, da chi?
Poesie. No, nessuno mi ha incoraggiato.

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