LE BRACI di Sándor Márai

Qualcosa, nella vita di un uomo, arde silenziosamente sotto la superficie, alimentando un tormento che diventa al contempo veleno e nutrimento. A questo allude il titolo italiano del romanzo di Sándor Márai, Le braci: la storia di un’amicizia finita e dell’incontro che spezza una lunga separazione.
In questa vicenda claustrofobica (quasi tutto si svolge nella sala da pranzo di un castello sui Carpazi), il ricordo di un indicibile mistero tiene il lettore col fiato sospeso, sollevando dubbi e curiosità che accrescono la tensione.
Henrik è un uomo anziano, generale della Guardia reale, che vive in compagnia della fedele governante. È in attesa di Konrad, suo fraterno amico dai tempi del collegio militare di Vienna. I due non si vedono da quarantuno anni. L’ultima volta, durante una battuta di caccia, è accaduto qualcosa che ha spinto Konrad lontano, fino ai Tropici.

Non ebbero bisogno di stringere patti di amicizia come fanno di solito i ragazzi della loro età, che indulgono con passionalità enfatica a rituali ridicoli e solenni, nella forma inconsapevole e grottesca in cui il desiderio si manifesta tra gli uomini quando decide per la prima volta di strappare il corpo e l’anima di un’altra persona al resto del mondo per possederla in maniera esclusiva.

Al temperamento militare di Henrik si contrappone la sensibilità artistica di Konrad, alla ricchezza della famiglia del primo, la povertà della famiglia del secondo. Ma non è stato niente di tutto questo a dividerli.
L’eco di un nome risuona nel vuoto fra loro: Krisztina, figura fortemente presente pur nella sua assenza.
La cena avrà luogo, e per tutta la sua durata il protagonista, così come il lettore, si prepareranno a ricevere la risposta ad una domanda che sembra non conoscere un’esatta formulazione.

Si trascorre una vita intera preparandosi a qualcosa. Prima ci si sente offesi e si vuole vendetta. Poi si attende. Da molto tempo, ormai, attendeva. Non sapeva più a che punto il risentimento e la sete di vendetta si fossero trasformati in attesa.

Márai costruisce la trama attraverso monologhi che si rivelano vicoli ciechi. Essi s’infrangono su una superficie che rinvia al mittente.
I personaggi di questo romanzo appartengono a mondi opposti e tutto appare dominato dal dualismo tra la ricerca della verità e la rassegnazione, tra il dubbio e la certezza, tra l’estremo bisogno di verità e l’insufficienza delle risposte.

Il tempo passava, la vita intorno a me cambiava, calava una sorta di crepuscolo. I libri e i ricordi si accumulavano, si infittivano sempre di più. E ogni libro conteneva un pizzico di verità, e ogni ricordo mi insegnava che è vano cercare di scoprire la vera natura dei rapporti umani, perché la conoscenza non ci aiuterà a diventare più saggi.

Se, come ha scritto Proust, la sete di vendetta appartiene alla vita e ci abbandona in prossimità della morte, viene qui sottolineato il potere longevo di questa brama, la sua forza negativa capace di tenere in vita. Ma non si è certi che si tratti di un trionfo. Chi ha la meglio? Chi resta o chi parte? Chi sopravvive o chi si lascia morire? Sono questi gli interrogativi che l’autore affida agli sfoghi del protagonista, precipitando il lettore in un vortice aporetico.
L’impossibilità di manifestare il vero verbalmente mette un punto a questa storia, affidando l’unico valore ai gesti. La vicenda si chiude con un goffo bacio, un bacio che “alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare alle parole”.


Le braci
Sándor Márai
a cura di Marinella D’Alessandro
Adelphi
2008
pagine 181
isbn: 9788845922572

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